di Giorgio Firera
Spesso nella storia gli esiti di un’elezione hanno cambiato la postura di uno Stato verso il resto del Mondo e hanno avuto ripercussioni internazionali, ma raramente, come nella domenica appena trascorsa, il destino di 450 milioni di persone rischia di dipendere tanto dal voto di meno di 10 di essi.
L’Ungheria ha appena tenuto le elezioni nazionali più combattute degli ultimi dieci anni, costituendo la sfida più significativa per il Primo Ministro Viktor Orbán sin dal 2010. Questi ha dominato la politica ungherese con l’alleanza nazional-conservatrice Fidesz-Partito Popolare Cristiano Democratico (KDNP). Le politiche adottate in questi anni sono state quelle di un partito populista social-conservatore, concentrato sulla sovranità nazionale, sul respingimento di qualsiasi flusso migratorio e su un approccio di più o meno malcelata ostilità verso l’integrazione europea.
A sfidarne l’egemonia è stato Péter Magyar, a capo del partito di centro-destra Rispetto e Libertà (Tisza), sostenitore di una maggiore cooperazione con l’UE e del ripristino delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto in Ungheria. Magyar aveva stretti legami con l’establishment di governo, essendone stato sin dal 2010 un funzionario presso il Ministero degli Affari Esteri. Dopo lo scandalo della grazia presidenziale di Katalin Novák, tuttavia, aveva deciso di uscire dalla compagine di governo. Dopo pochi mesi ha fondato il partito Tisza e ha ottenuto il 30% dei voti alle elezioni europee del 2024, conseguendo il miglior risultato per un partito diverso da Fidesz in quasi vent’anni.
Nodo centrale dello scontro elettorale è il rapporto tra l’Ungheria e l’Unione Europea; dal 13 dicembre 2022 la Commissione ha bloccato l’erogazione dei fondi previsti dal Fondo di Coesione diretti all’Ungheria a causa della condotta illiberale dello stato, delle minacce all’indipendenza giudiziaria, del rifiuto sistematico di attuare le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e del continuo tentativo di ostacolare o influenzare l’operato dell’ dell’autorità ungherese di anticorruzione. Lo sblocco di dieci dei ventidue miliardi operato nel dicembre 2023, a seguito di un’iniziale riforma giudiziale, è stato visto da molti eurodeputati come una cessione al “ricatto” di Budapest, che minacciava il veto sugli aiuti all’Ucraina. Il Parlamento europeo ha criticato tale scelta della Commissione, avviando un procedimento giudiziario per contestarla nel 2024 e l’avvocato generale presso la Corte di giustizia dell’Unione europea Tamara Ćapeta ha dichiarato in un parere non vincolante il non raggiungimento dei requisiti necessari da parte dell’Ungheria.
Oltre a minare apertamente le posizioni dell’UE, Orban ha sfruttato tutte la occasioni in cui il sistema prevede il voto all’unanimità per obbligare gli altri ventisei Stati Membri al dialogo. In particolare, con il suo approccio, il Primo Ministro uscente aveva di fatto paralizzato un prestito da novanta miliardi in sostegno all’Ucraina e si era opposto alle sanzioni dirette verso la Russia ed, in ultima analisi, aveva impedito al già lento sistema europeo di poter rispondere alle problematiche esterne ed interne.
Giovando tale condotta ai competitor esteri, non sorprende il sostegno incassato da Orban da parte di esponenti di vertice dell’apparato di governo russo. L’interesse russo per il paese è ben noto, al pari delle influenze che si sono registrate. La campagna ungherese ha visto una forte escalation di interferenze, tra cui “operazioni di influenza documentate, campagne di disinformazione e segnalazioni di attività legate all’intelligence”, afferma Edit Zgut-Przybylska, ricercatrice associata presso l’Istituto per la Democrazia dell’Università dell’Europa Centrale di Budapest e specialista in regressione democratica.
In un rapporto interno del Servizio di Intelligence Estero russo (SVR), ottenuto e autenticato da un servizio di intelligence europeo e visionato dal Washington Post, gli agenti proposero di influenzare la campagna elettorale tramite “l’organizzazione di un attentato alla vita di Viktor Orbán”, con l’idea che ciò avrebbe spostato l’attenzione dell’opinione pubblica dalle urgenti questioni socioeconomiche al mantenimento della sicurezza e della stabilità politica. Mosca è stata anche accusata di aver inviato a Budapest una squadra di ” specialisti ” elettorali – legati al GRU, l’intelligence militare russa – per monitorare da vicino queste operazioni di interferenza. A questo punto, “ciò a cui stiamo assistendo non è un’ingerenza, bensì una collusione tra il governo ungherese e la Russia”, afferma Anton Shekhovtsov, direttore del Centro per l’integrità democratica in Austria ed esperto dei legami tra Mosca e i partiti di estrema destra europei.
A destare interesse, secondo Shekhovtsov, è anche l’arrivo a Budapest del vicepresidente statunitense JD Vance all’inizio della scorsa settimana, qualificabile come un ulteriore tentativo da parte di “interessi stranieri” di influenzare il voto. Il vicepresidente ha dichiarato che il suo endorsement elettorale serviva per “mandare un segnale a tutti, in particolare ai burocrati di Bruxelles, che hanno fatto di tutto per tenere a bada il popolo ungherese perché non apprezzano il loro leader”.
Interpellata in merito, la Commissione Europea non ha commentato, limitandosi a ribadire l’impegno delle istituzioni europee per costruire un’Europa più forte e più indipendente e, per bocca del portavoce della commissione europea Thomas Regnier ha sottolineato l’impegno – contenuto nel Digital Services Act – per mitigare i rischi della disinformazione online e proteggere le democrazie europee: “In Europa le elezioni non sono una scelta delle Big Tech e dei loro algoritmi”. D’altro canto tutte le Cancellerie europee non potranno fare altro che prendere atto del voto democraticamente espresso. Sarebbe irrealistico aspettarsi che in pochi giorni si possa essere testimoni di una totale inversione di rotta del paese, da escludere tanto per ragioni di collocamento politico del governo Magyar, quanto per le tempistiche fisiologicamente necessarie per riforme di tale entità.
Si può tuttavia sperare in un “rapporto pragmatico con Bruxelles, un rapporto commerciale, ma reciprocamente vantaggioso, sia per l’Ungheria che per l’UE, un rapporto basato sul rispetto degli impegni presi”, ha dichiarato a POLITICO l’eurodeputato di Tisza Zoltán Tarr.
Sebbene occorrerà del tempo per comprendere la nuova postura ungherese nei confronti delle politiche europee, la “Reconquista dell’Europa”, profetizzata dal Primo Ministro dimissionario in chiusura della conferenza stampa con JD Vance non ci sarà. Il suo augurio di poter vedere Bruxelles “dopo Washington, trasformata da quartiere generale dei progressisti in una roccaforte dei Patrioti”, sembra per ora non essere destinato a compiersi. La sconfitta del più longevo esponente dell’antibrusselsismo, faro della destra “illiberale” d’Europa, benché non dia certezze sul prossimo futuro, costituisce un cambiamento nella politica europea di cui si deve prendere ora atto e da cui ripartire per dare nuovo slancio al processo di integrazione.




