di Dario Piccionello
La vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi del 12 aprile è stata collettivamente percepita come la fine “dell’anomalia Orbán” il quale, in sedici anni di governo, aveva trasformato il Paese nel membro più problematico dell’Unione Europea, capace di bloccare posizioni comuni ed esercitare veti sistematici su questioni che incidono sugli equilibri complessivi dell’Unione. Orbán aveva operato con coerenza nella costruzione di legami economici, in primis con Mosca e Pechino, che procedevano in contraddizione rispetto alle priorità strategiche di Bruxelles: in primo luogo il mantenimento di una dipendenza dal gas russo, ma soprattutto l’apertura strutturale verso gli investimenti diretti esteri cinesi.
Oggi Magyar eredita una relazione economica particolarmente complessa sul versante sino-ungherese: a partire dal 2010, l’Ungheria era diventata una delle principali destinazioni degli investimenti cinesi in territorio europeo, attraverso strategie di deliberata apertura, agevolazioni fiscali e negoziazioni di contratti che spesso sfuggivano alla trasparenza richiesta dalle normative dell’Unione. Tra i progetti più rilevanti figurano lo stabilimento CATL a Debrecen, specializzato nella produzione di batterie a litio, che rappresenta il più grande investimento straniero nella storia ungherese con oltre i 7 miliardi di euro. Accanto, figura il primo stabilimento europeo di BYD a Komárom, rappresentativo della fiducia dell’automotive cinese nel posizionarsi nel cuore dell’Europa attraverso la porta ungherese. A questi si aggiungono la presenza radicata di Huawei nelle telecomunicazioni, nonostante le pressioni dei partner NATO sulla sicurezza informatica; il corridoio ferroviario Budapest-Belgrado legato alla Belt and Road Initiative e l’acquisizione nel 2011 della società ungherese BorsodChem da parte di Wanhua Chemical Group.
Ogni investimento ha seguito la logica della trasformazione della posizione geografica ungherese in un vantaggio per la penetrazione cinese nel mercato unico, il cui risultato è una dipendenza strutturale che si è concretizzata in catene di fornitura integrate, nella creazione di posti di lavoro locali e in infrastrutture critiche. Sotto la guida di Orbán, in verità, non c’è mai stata solamente una generica ‘integrazione’, ma una dipendenza strutturale pagata a caro prezzo: contratti segreti con clausole oscure, la nascita di enclave produttive cinesi e un deficit commerciale sempre più allargato. I dati lo confermano con chiarezza: secondo UN Comtrade, nel 2024 le importazioni ungheresi dalla Cina hanno sfiorato i 10 miliardi USD a fronte di appena 2 miliardi di esportazioni verso Pechino, generando uno sbilancio commerciale di 8 miliardi in un solo anno.
Alla domanda su quale posizione il neo eletto Péter Magyar intenda adottare rispetto a questa eredità, le risposte disponibili sono tuttora incomplete e, per certi versi, contraddittorie. Durante la prima conferenza dopo la vittoria elettorale del partito Tisza, il 13 aprile, Magyar ha neutralmente definito la Cina come “uno dei Paesi più forti ed importanti al mondo”, aggiungendo che la cooperazione bilaterale “sarà nell’interesse di entrambi i Paesi”. Anche all‘interno del programma politico del partito la Cina viene menzionata solamente una volta, nel passaggio in cui si afferma che “il centro di gravità economico si sta spostando verso Est” e che il PIL cinese “cresce annualmente di più di quello di tutta l’Unione Europea insieme”.
A parte questo, in campagna elettorale Magyar si è occupato prevalentemente di politiche interne e in poche occasioni si è espresso sul futuro Budapest-Pechino: in una di queste, il primo ministro ha sottolineato la necessità di un approccio di “cauta apertura” agli investimenti diretti esteri cinesi, caratterizzato da una valutazione scrupolosa dei progetti, già esistenti e futuri, secondo parametri di trasparenza e conformità normativa europea. Uno dei segnali più evidenti di questa cauta apertura è la revisione del già accennato progetto ferroviario Budapest-Belgrado, il cui traffico merci è operativo dallo scorso febbraio, ma i treni passeggeri non sono ancora ufficialmente in servizio. A tal proposito, Magyar ha ribadito che tale infrastruttura dovrà adeguarsi agli standard europei di trasparenza economica ed integrità procedurale. Questa mossa risponde direttamente alle critiche di analisti e osservatori che avevano sostenuto, non senza fondamento, che tale infrastruttura serve gli interessi strategici di Pechino molto più di quelli ungheresi. Questa revisione progettuale segnala un cambio di paradigma in cui si potrebbe passare dall’accettazione passiva della logica cinese a una rinegoziazione in cui i criteri europei diventano i prerequisiti vincolanti.
Tale orientamento emerge con maggiore chiarezza da una figura chiave nel nuovo governo di Magyar: Anita Orbán, annunciata come futura ministra degli Esteri. Pur non avendo alcuna parentela con l’ex primo ministro, porta con sé una formazione politica radicata nel conservatorismo ungherese e una solida formazione internazionale, essendosi concentrata in particolare sulle strategie volte a ridurre la dipendenza energetica ungherese dal gas russo. Lo scorso febbraio, prima ancora della vittoria elettorale, Anita Orbán aveva pubblicato tramite i suoi canali mediatici una valutazione allarmante sull’impatto delle politiche di investimento cinesi in Ungheria: secondo la sua visione, i conti non tornano perché, coerentemente col trend degli anni precedenti, la bilancia commerciale continua ad essere fortemente sbilanciata verso Pechino, ma soprattutto ha osservato che tali investimenti venivano accompagnati da enormi sovvenzioni statali e da benefici che non giustificano la sostenibilità economica o un ritorno tangibile per l’economia ungherese nel suo complesso. La conclusione è stata che “l’Ungheria ha bisogno di una stretta relazione economica con la Cina, ma non può permettersi di dipenderne completamente”.
Cosa significa tutto questo per il futuro immediato? La vittoria di Magyar probabilmente condurrà l’Ungheria verso un ridimensionamento del ruolo economico e politico cinese all’interno del proprio territorio, piuttosto che un’eliminazione completa dei legami e degli interessi già radicati. Quello che potrebbe cambiare è l’approccio strategico sottostante: invece di consolidare ulteriormente una dipendenza che si autoalimenta attraverso l’accettazione passiva di nuovi investimenti cinesi, il nuovo governo potrebbe procedere a un riequilibrio dove gli interessi cinesi già consolidati restano intatti, ma dove la geografia delle future relazioni bilaterali si riallinea gradualmente con le priorità e gli standard dell’Unione Europea. Questo vorrebbe dire rinegoziare i termini contrattuali laddove possibile, rafforzare i controlli sulle condizioni di lavoro (come suggerito dalle documentazioni di China Labor Watch sulla situazione allarmante dello stabilimento BYD di Szeged*) e sulla conformità normativa.
D’altro canto, Guo Jiakun, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, ha affermato che la Cina è disposta “a rafforzare gli scambi con il nuovo governo ungherese” e a “espandere la cooperazione”, sottolineando che Pechino si aspetta che tale cooperazione continui a basarsi su “uguaglianza, rispetto reciproco e mutuo beneficio”. La sfida che oggi si pone sotto gli occhi di Magyar sarà mantenere relazioni economiche costruttive con la Cina senza ricadere nel modello di subordinazione che aveva caratterizzato il governo ultradecennale di Viktor Orbán.
*Per approfondimenti: https://chinalaborwatch.org/building-byd-szeged-labor-risks-for-chinese-migrant-workers-in-hungarys-ev-supply-chain/)




