Dall’accoglienza all’industria: come la guerra in Ucraina ha cambiato il Piemonte

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Corteo per l'Ucraina a Torino - ANSA

di Chiara Bazzano

Sono passati più di quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, un evento storico che ha segnato uno spartiacque per l’Europa. Le conseguenze della guerra, però, non si misurano soltanto sul piano internazionale: in questi anni si sono fatti sentire anche a livello locale.
Per l’esattezza, milleottocento chilometri separano Torino da Kiev. Eppure, in questi quattro anni, quella distanza si è progressivamente accorciata, sia negli impatti che il conflitto ha avuto sul nostro territorio, sia nelle mobilitazioni che hanno coinvolto la società piemontese.
A quattro anni di distanza, dunque, ci chiediamo: qual è il bilancio degli effetti della guerra sul nostro territorio?

In Piemonte la risposta alla guerra è scattata immediatamente, con una rete di accoglienza diffusa che nei primi mesi del conflitto ha dato riparo a circa 12.000 profughi, raddoppiando così il numero di cittadini ucraini presenti sul territorio. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza gli oltre 18.000 volontari, tra famiglie, alberghi e associazioni, coordinati anche attraverso il portale attivato dalla Regione a supporto delle mobilitazioni.

Tra chi si è mosso per primo c’è La Memoria Viva, associazione torinese nata per tramandare il ricordo della Shoah e trasformatasi, dal 26 febbraio 2022, in un presidio umanitario attivo. La prima missione è partita da Castellamonte con un pulmino carico di pannolini e vestiti, e da allora sono state portate a termine decine di missioni umanitarie, raggiungendo anche le aree di confine e i territori più esposti alla guerra.
Anche le grandi macchine del soccorso si sono attivate: ANPAS Piemonte ha coordinato l’invio di ambulanze verso l’Ucraina, organizzato raccolte fondi e attivato l’accoglienza dei profughi sul territorio regionale, insieme al contributo di realtà come la Croce Verde di Asti.
A Torino, il Sermig – Arsenale della Pace ha esteso la propria rete di raccolta alimentare e sanitaria, coordinandosi con il Conservatorio Giuseppe Verdi per eventi di solidarietà, mentre Edisu, con la Regione e agli Atenei piemontesi, ha aperto la porta a studenti, ricercatori e docenti colpiti dal conflitto.

Mentre la società civile si mobilitava, le istituzioni tenevano il passo. Nei primi giorni di guerra il Consiglio regionale discuteva ordini del giorno di sostegno all’Ucraina, seguendo l’esempio delle assemblee consiliari di diversi Comuni piemontesi. La Regione, intanto, metteva a disposizione del Dipartimento della Protezione Civile l’ospedale da campo della Maxiemergenza 118 di Levaldigi, destinato alle aree di confine per l’assistenza ai feriti del conflitto.
Con il passare degli anni, l’impegno si è evoluto dall’emergenza alla cooperazione strutturata. Nel giugno 2025, il presidente della Regione Alberto Cirio e il sindaco di Torino Stefano Lo Russo si sono recati a Kiev su invito del governo ucraino per partecipare al Terzo Summit internazionale delle Città europee e delle Regioni “Uniti per la pace e la sicurezza”. In quell’occasione, Lo Russo ha annunciato la donazione alla città di Kharkiv di una flotta di autobus Iveco 491 dismessi da GTT, già pronti a partire dal deposito aziendale. Oggi sei autobus torinesi sono già in circolazione per le strade di Kharkiv, ed entro il 2026 altri 60 mezzi seguiranno lo stesso percorso.
Il legame costruito in questi anni passa anche da altri fronti. Il Politecnico di Torino è impegnato in un progetto volto alla produzione di protesi destinate a chi ha riportato amputazioni durante il conflitto. Il Regina Margherita, invece, ha offerto cure e accoglienza a decine di bambini oncologici in fuga dalla guerra.

Le iniziative e le misure politiche attivate dalle istituzioni e dalla comunità regionale si inseriscono in un quadro più ampio  e complesso di azioni, promosse a livello nazionale e sovranazionale, che  in questi anni hanno rimesso al centro accoglienza, cooperazione e sicurezza. Infatti, dalle prime settimane di guerra, l’Unione Europea ha attivato per la prima volta la direttiva sulla protezione temporanea, adesso prorogata fino al 4 marzo 2027,  garantendo così ai profughi il diritto di soggiorno, accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria e all’istruzione nei Paesi membri.

La guerra ha lasciato il segno anche sui bilanci. A livello nazionale, secondo l’osservatorio Milex, oltre quattro miliardi di euro di spesa militare aggiuntiva sono riconducibili direttamente alla guerra. Inoltre, in tutta Europa, la difesa è tornata a pesare come non pesava da decenni, con un budget cresciuto del 16,7% solo nel primo anno di guerra. Difatti, negli ultimi anni l’UE ha rafforzato in modo crescente le politiche industriali e di investimento nel settore, dal Fondo europeo per la difesa fino ai nuovi strumenti per aumentare la prontezza militare del continente e sostenere la capacità produttiva comune. Per il Piemonte, regione con radici profonde nell’industria meccanica e aerospaziale, questo cambiamento non è un dato sterile e privo di significato.
Leonardo, colosso italiano della difesa, guarda all’Ucraina non solo come teatro del conflitto ma anche come banco di prova tecnologico: tra le diverse sperimentazioni avviate dall’azienda vi è il sistema di difesa “Michelangelo”, uno scudo tecnologico progettato per intercettare missili e droni, che dovrebbe essere testato in Ucraina entro la fine dell’anno. Parallelamente, lo stesso gruppo ha previsto un rafforzamento della propria presenza sul territorio: entro il 2026 sono attese tra le 400 e le 800 nuove assunzioni nell’area torinese, a conferma del ruolo centrale del Piemonte nello sviluppo dell’aerospazio e della difesa in Italia. Si tratta di dinamiche che mostrano come la guerra, oltre a ridefinire gli equilibri geopolitici, stia contribuendo anche a ridisegnare le traiettorie industrie locali.

In sostanza, la vicenda ucraina dimostra come in questi quattro anni le istituzioni e la comunità regionale  siano riusciti a dimostrare la loro innata capacità di aiutare ed adattare i propri piani di intervento, mostrandosi come elemento attivo nel motore europeo del cambiamento e dell’integrazione. La regione ha accolto, curato, organizzato, sostenuto. Ma ha anche visto la guerra entrare nei propri equilibri economici e nelle priorità politiche.
In questo scenario sicuramente positivo, resta però aperta una domanda più ampia: in quale modo lo slancio per gestire l’emergenza ed il contesto conflittuale saprà tradursi in un impegno strutturale mirato a sostenere anche la lunga stagione della ricostruzione che, prima o poi, questo è l’auspicio, comincerà?

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