di Chiara Bazzano
Il passaggio tra il 2025 e il 2026 costringe l’Europa ad affrontare una questione urgente: quale ruolo può avere in un mondo dove le regole che per decenni ne hanno garantito sicurezza si stanno indebolendo?
La domanda scaturisce dal profondo cambiamento dello scenario globale, in cui le grandi potenze agiscono sempre più unilateralmente e le istituzioni multilaterali faticano a imporsi. Per questo, comprendere la posizione dell’Europa è fondamentale per valutare le sue scelte future, ma soprattutto la sua capacità di agire in un sistema internazionale sempre più instabile.
Una delle tendenze più preoccupanti degli ultimi anni, che nel 2025 ha visto un’ulteriore accelerazione, è il ritorno esplicito all’uso della forza: il ricorso alla guerra è stato progressivamente legittimato e viene spesso viene giustificato da un linguaggio di “prevenzione” e “guerra giusta”. Davanti a ciò, il diritto internazionale umanitario, che avrebbe dovuto essere l’ultimo argine, si è rivelato debole, e le violazioni a Gaza ne sono la dimostrazione.
In questo contesto, gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza globale, ma sembrano non porsi più come i garanti dell’ordine che loro stessi avevano contribuito a costruire. Il secondo mandato di Donald Trump ha confermato la volontà del governo americano di mettere la propria sovranità al centro della politica estera, relegando in secondo piano alleanze, accordi commerciali e istituzioni internazionali rispetto agli interessi nazionali immediati.
Questa visione emerge chiaramente dalla National Security Strategy USA, in cui l’Europa è descritta come un partner fondamentale ma poco affidabile sul piano politico, e la sua divisione interna considerata come vantaggiosa agli interessi americani.
In questa prospettiva, il discorso di Draghi a Leuven di inizio febbraio assume particolare rilievo: Draghi ha sottolineato come l’egida degli Stati Uniti sulle politiche di difesa e sicurezza, che in passato ha permesso di privilegiare questioni quali l’integrazione, il mercato e la crescita, oggi si traduca in una condizione di forte vulnerabilità.
L’UE resta ancora fortemente vincolata agli Stati Uniti nei settori della difesa, dell’energia e della tecnologia, mentre la Cina controlla i nodi critici nelle catene globali del valore, dalle terre rare alle batterie per la transizione verde. Così, l’Europa si trova stretta tra due modelli che non può emulare: da un lato gli USA di Trump, imprevedibili nella politica estera, nuovamente protezionisti e guidati da un populismo nocivo per l’assetto demoratico, e dall’altro la Cina, imperscrutabile, autoritaria e con un modello economico di capitalismo di stato. È come se l’Europa fosse condannata a essere sé stessa, e ciò la spinge a dover definire la propria identità e autonomia.
Va specificato che l’UE, mancando di un comando militare unitario e di una politica estera centralizzata, non è una potenza geopolitica nel senso classico del termine. Allo stesso tempo però, essa rappresenta l’ultimo grande spazio politico che tenta di bilanciare mercato, regole e beni pubblici globali.
Infatti, mentre Stati Uniti e Cina competono apertamente per supremazia tecnologica, industriale e geopolitica, l’Europa resta la principale potenza regolatoria a livello globale. Commercio, antitrust, digitale, clima, spazio: l’Europa continua a produrre standard che strutturano il sistema, e il primato nelle esportazioni di beni ne rafforza il ruolo.
È per queste ragioni che l’Unione Europea deve diventare un soggetto globale, capace di preservare il multilateralismo tramite nuove alleanze, come Canada, Giappone, Australia e i paesi in via di sviluppo, al fine di ridurre la dipendenza da USA e Cina.
Allo stesso tempo, è necessario agire in maniera coordinata e non più divisa: i risultati dell’ultimo sondaggio del Parlamento Europeo mostrano che l’89% degli intervistati vorrebbe unità maggiore tra gli Stati membri per affrontare le minacce globali.
In definitiva, la domanda da porsi oggi non è se l’UE possa diventare una grande potenza geopolitica, ma se la comunità internazionale possa permettersi il suo fallimento: in un mondo dove le regole sembrano non esistere più, chi cerca ancora di difenderle rappresenta l’ultima difesa della stabilità.




