Sánchez e la Spagna delle contraddizioni

di Chiara Bazzano

Nota della redazione: questo articolo è stato redatto prima degli eventi di Ceuta. Alcune dinamiche descritte potrebbero aver subito sviluppi successivi.

Fuori dalla Spagna Pedro Sánchez è spesso indicato come uno dei volti più autorevoli del centrosinistra europeo; in Spagna, invece, è uno dei leader pià contestati degli ultimi decenni. Dietro questo paradosso si nasconde un Paese attraversato da profonde trasformazioni politiche e sociali, che ricordano sempre più da vicino quelle di altre democrazie europee, Italia compresa. Per capire meglio cosa sta succedendo oltre i Pirenei abbiamo parlato con Moneyba González, ricercatrice e professoressa di Scienze Politiche all’Universidad Autónoma de Madrid.

Capire la Spagna di oggi significa prima di tutto capire il suo sistema politico, che negli ultimi anni si è trasformato profondamente: «negli ultimi anni il nostro sistema dei partiti è diventato molto più complesso», spiega González. «Per decenni la Spagna è stata caratterizzata da un’alternanza quasi perfetta tra Partito Popolare e Partito Socialista. Oggi, invece, ci troviamo davanti a un Parlamento molto più frammentato, dove anche pochi deputati riescono a determinare la sopravvivenza o la caduta di un governo. La rappresentanza territoriale è sempre stata una caratteristica del nostro sistema elettorale, ma oggi il suo peso politico è molto più evidente.»
Da un lato, infatti, troviamo un fronte progressista estremamente eterogeneo, dove convivono il PSOE, la sinistra radicale di Sumar e numerosi partiti nazionalisti catalani e baschi. Dall’altro lato (che fino a pochi anni fa risultava il più omogeneo), il centrodestra deve confrontarsi con una realtà nuova caratterizzata dalla crescita di Vox, partito che ha costretto il Partito Popolare a negoziare alleanze che in passato non erano necessarie.
Nel frattempo, il panorama politico continua ad arricchirsi di nuove formazioni populiste e antisistema, segno di un malessere che attraversa una parte crescente dell’elettorato. González cita il caso di Se Acabó la Fiesta, movimento di estrema destra nato con una forte retorica anti-establishment che ha già ottenuto una rappresentanza al Parlamento europeo. Un fenomeno che, pur con caratteristiche diverse, ricorda la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni osservabile in molti Paesi europei.

È in questo scenario che si è affermata la leadership di Sánchez: «una cosa gli va sicuramente riconosciuta», la docente. «Ha dimostrato una straordinaria capacità di resistenza.» Non è un caso che il suo libro autobiografico si intitoli proprio Manual de Resistencia. Prima di arrivare alla presidenza del governo, Sánchez attraversò infatti uno dei momenti più difficili della storia recente del PSOE. Estromesso dalla guida del partito, rinunciò perfino al proprio seggio parlamentare per ricostruire dal basso la propria leadership, percorrendo la Spagna e incontrando iscritti e militanti. «Le basi del partito apprezzarono moltissimo quella scelta. Sembrava il ritorno allo spirito originario del Partito Socialista, che aveva in parte perso il proprio legame con la base.»
Quella capacità di ricostruire consenso si sarebbe rivelata decisiva anche negli anni successivi. Una volta arrivato al governo, Sánchez si è trovato ad affrontare una serie di sfide senza precedenti: il primo esecutivo di coalizione della Spagna democratica, la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica e le tensioni politiche interne.

E sarebbe stata proprio questa successione di crisi a rafforzare l’immagine internazionale di Sánchez: «È il primo presidente del governo spagnolo che si muove con estrema naturalezza negli ambienti internazionali. Ha lavorato al Parlamento europeo, conosce bene quelle dinamiche, parla inglese senza difficoltà e questo lo rende molto diverso dai suoi predecessori.» Attualmente Sánchez è uno dei leader più presenti ai tavoli internazionali, sostenitore del multilateralismo, della cooperazione europea e di una linea progressista sui principali dossier internazionali, dai rapporti con la Cina fino alle posizioni assunte nei confronti dell’amministrazione Trump. «La Spagna, naturalmente, difende i propri interessi nazionali. Ma gli interessi della Spagna coincidono in larga misura con quelli dell’Europa. È un Paese profondamente europeista e continua a considerare il proprio futuro strettamente legato al progetto europeo.»

Tuttavia, più cresce il riconoscimento di Sánchez fuori dai confini nazionali (soprattutto tra i giovani di sinistra), più aumenta la polarizzazione all’interno del Paese, in particolare in merito al metodo con cui, in questi anni, è riuscito a mantenere il potere: dopo le elezioni del luglio 2023, il Partito Popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo risultò la prima forza politica del Paese, ma non ottenne una maggioranza sufficiente per governare. Sánchez, invece, riuscì a costruire un’alleanza parlamentare estremamente eterogenea, riunendo socialisti, sinistra radicale, forze regionaliste e partiti indipendentisti catalani e baschi. Il punto di rottura è stato l’accordo con i partiti indipendentisti catalani, gli stessi che il governo socialista aveva duramente contrastato negli anni successivi al referendum illegale del 2017. Da quel momento, una parte consistente dell’elettorato conservatore ha iniziato a descrivere il premier come un leader disposto a qualsiasi compromesso pur di rimanere a Palazzo della Moncloa.

A rendere ancora più difficile la posizione del presidente contribuiscono le numerose vicende giudiziarie che negli ultimi mesi hanno coinvolto persone a lui vicine.
Le indagini riguardanti alcuni dirigenti del PSOE e l’ex presidente Zapatero, insieme alle inchieste che interessano la moglie Begoña Gómez e il fratello David Sánchez, hanno inevitabilmente inciso sull’immagine pubblica del governo. A tutto questo si aggiunge il clima di polarizzazione profonda che attraversa il paese. «La destra non accetta né riconosce questo governo. Hanno introdotto nel dibattito pubblico l’idea che sia un governo illegittimo, che ci sia stata una frode elettorale con i voti per posta, il che è assurdo, perché quel voto è super controllato. Però stanno introducendo questi argomenti». Un copione che, osserva la ricercatrice, ricorda quello di Trump negli Stati Uniti.

In tutto ciò, i dati macroeconomici sulla Spagna sono positivi: negli ultimi anni è stata una delle economie europee con la crescita più sostenuta, e nel 2025 il PIL è cresciuto del 2,8%, un ritmo quasi doppio rispetto all’1,5% dell’Eurozona. Eppure «i cittadini non hanno l’impressione che questa crescita scenda a livello di famiglie». Il motivo principale è la crisi abitativa, diventata la prima preoccupazione degli spagnoli.
«La Spagna è un paese di proprietari: il 70% delle abitazioni è in mano a famiglie private. Ma il problema è quel 30% che non ha accesso alla casa, e soprattutto i più vulnerabili: giovani, anziani, immigrati». Il mercato dell’affitto è esploso per due ragioni convergenti: da un lato l’attrattività internazionale del paese, che ha fatto aumentare la domanda di stranieri con capacità di spesa molto più alta di quella dei locali; dall’altro la svendita del patrimonio abitativo pubblico durante la crisi del 2008. Il risultato è che la Spagna ha meno del 2% di case pubbliche, tra le percentuali più basse d’Europa.
«I giovani non riescono a immaginare un progetto di vita. Da noi l’emancipazione prima dei 30 anni è quasi impossibile». E questo, spiega lei, si traduce direttamente in scelte elettorali: «Uno su quattro giovani spagnoli dichiara che preferirebbe un governo autoritario, in cambio di avere le necessità fondamentali coperte. Non capiscono cosa vuol dire una dittatura. Noi abbiamo ancora una memoria recente di quarant’anni di franchismo, eppure questo dato esiste».

Un altro elemento che spiega l’ascesa dell’estrema destra è la questione dei territori rurali. «L’80% della popolazione spagnola è concentrata nel 20% del territorio. Le zone rurali si sentono abbandonate». Vox ha saputo capitalizzare questo malcontento, presentandosi come il partito degli agricoltori contro un’Unione Europea che impone modelli di produzione più sostenibili ma economicamente insostenibili. «Stanno usando l’espressione territori di sacrificio: si dice che le campagne vengono usate per installare pannelli solari e far funzionare le città, mentre chi ci abita non ne beneficia».
Da qui arriva anche il concetto di “la España vaciada” — la Spagna svuotata — che ha avuto molta risonanza nel dibattito pubblico spagnolo degli ultimi anni. Un’espressione che, guardando all’Italia, trova corrispondenze nel Meridione e nelle aree interne.

Sulla questione migratoria, la Spagna presenta un paradosso interessante: Vox ha imposto nel dibattito pubblico il tema della «priorità nazionale», ossia l’idea che gli spagnoli debbano avere precedenza nell’accesso ai servizi. Ma le regolarizzazioni di immigrati irregolari continuano ad essere fatte da tutti i governi, compreso quello del Partito Popolare. «Non è qualcosa voluta solo dalla sinistra. Si sono fatte queste scelte perché c’è un bisogno reale». La diagnosi demografica è condivisa anche dagli imprenditori: «La patronal (l’associazione dei datori di lavoro) è stata la prima a dire che ci vuole questa manodopera. Agricoltura, edilizia, ristorazione e assistenza alle persone hanno bisogno di questa manodopera. Il problema non è che gli immigrati tolgano lavoro agli spagnoli; molto spesso svolgono lavori che gli spagnoli non vogliono più fare». Anche da questo punto di vista emerge una forte somiglianza con l’Italia: due Paesi caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione, da una crescente difficoltà nel reperire lavoratori e da un dibattito pubblico sempre più polarizzato sul tema migratorio.

Infine, emblematico è il ruolo dei social media nelle dinamiche politiche:le forze di estrema destra hanno capito prima che quello era il canale per influenzare i giovani. Sono molto più efficienti in questo. Il governo era completamente fuori da questa strategia, e solo di recente ha aperto canali Instagram e TikTok». Una quota crescente di giovani dichiara di preferire un governo autoritario purché sia in grado di garantire stabilità economica e sicurezza, e una delle ragione è la sensazione che il sistema democratico fatichi a offrire risposte alle incertezze del presente.

È forse questa la lezione più interessante che arriva oggi dalla Spagna. Il “sanchismo” sembra fotografare le contraddizioni di un’intera Europa: economie che crescono senza riuscire a ridurre il senso di insicurezza sociale, governi sempre più costretti a costruire coalizioni fragili, cittadini profondamente polarizzati e giovani che faticano a immaginare il proprio futuro. Per questo guardare a Madrid significa, in fondo, guardare anche a noi stessi.

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