Ungheria al bivio: Orbán contro la domanda di cambiamento

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di Chiara Bazzano

Il 12 aprile l’Ungheria torna alle urne per eleggere il nuovo parlamento. Sulla carta è un appuntamento nazionale, ma nella pratica è una delle consultazioni europee più importanti dell’anno. Dopo sedici anni di governo ininterrotto, Fidesz, il partito di Viktor Orbán, affronta una delle sfide più delicate della sua lunga permanenza al potere. Il nuovo partito Tisza, guidato da Péter Magyar, ex insider di Fidesz, è riuscito in pochi mesi a intercettare il malcontento di una parte crescente dell’elettorato. Si presenta come una forza di centrodestra moderata ed europeista, capace di parlare a chi è stanco della propaganda governativa ma non si riconosce nella vecchia opposizione ungherese. I sondaggi più recenti lo collocano addirittura al 58% tra gli elettori decisi, contro il 35% del partito di Orbán.
Per comprendere questo momento cruciale, abbiamo ascoltato un ricercatore ungherese, di cui abbiamo preferito mantenere l’anonimato e che ci ha offerto una prospettiva interna e quotidiana sulla situazione.

Innanzitutto, per capire questa elezione, bisogna prima capire il sistema ungherese, formalmente democratico, ma in realtà fortemente sbilanciato. In Ungheria, infatti, vincere nei sondaggi non significa necessariamente vincere il potere. Il parlamento ha 199 seggi, di cui 106 assegnati nei collegi uninominali e 93 con metodo proporzionale. Questo significa che il peso dei territori è enorme, e che chi controlla meglio la geografia del voto parte avvantaggiato.
Negli anni, Orbán ha modificato il sistema elettorale più volte, ad esempio tramite il “gerrymandering”, ovvero il ridisegno dei confini dei collegi elettorali per raggruppare le aree favorevoli all’opposizione e frazionare quelle pro-Fidesz, l’abolizione del ballottaggio, e la “winner compensation”, un meccanismo unico che trasferisce i “voti in eccesso” del candidato vincente alla lista proporzionale del partito, trasformando anche una vittoria risicata in una maggioranza schiacciante. Per questo, osserva il nostro intervistato, un vantaggio nazionale di Tisza non basta. Da alcune prime proiezioni sui risultati elettorali, in verità, solo per compensare le distorsioni del sistema serve ottenere almeno tre punti di vantaggio … «e se il partito di estrema destra Mi Hazánk entra in Parlamento, il margine si restringe ancora di più».

Eppure qualcosa sembra cambiare davvero: non tanto a Budapest, da tempo ostile a Orbán, quanto nei piccoli centri e nelle zone rurali che per anni hanno costituito le fondamenta del consenso di Fidesz. Secondo il ricercatore, molte realtà locali stanno cominciando a staccarsi dal partito, soprattutto per disillusione. «I sindaci», dice, «si sono mossi per anni dentro un meccanismo di dipendenza: finché potevano sperare in fondi e protezione sono rimasti allineati; quando hanno capito che il centro non avrebbe risolto i loro problemi, hanno cominciato a guardare altrove».
Il ricercatore insiste poi su come la domanda di cambiamento nasca dal logoramento materiale. L’impoverimento dei ceti medi, la scarsa mobilità sociale, il declino dei servizi pubblici (soprattutto scuola e sanità) hanno eroso la promessa implicita del sistema Orbán.«Non ho una risposta unica sui fattori del cambiamento», osserva il nostro interlocutore. «Forse è questo processo continuo di impoverimento, che non riguarda più solo la classe media: la quota di chi è davvero povero cresce sempre di più». Per questo, aggiunge, in Ungheria oggi circola una domanda sempre più concreta: «Come si può governare senza governare?». Secondo lui, è esattamente ciò che ha fatto Fidesz: «Non prende davvero decisioni sul piano delle politiche pubbliche, non c’è un vero policy making, eppure ha governato per sedici anni».
Quanto a Péter Magyar, il ricercatore invita a non leggerne l’ascesa come un semplice effetto del suo profilo personale. «Nei piccoli centri il cambiamento non dipende necessariamente dal fatto che Magyar venga visto come una buona alternativa. È legato piuttosto al fatto che i cittadini non vogliono più stare con Fidesz, perché sono esausti di questo tipo di politiche. Magyar è stato abile nel riconoscere la crescente domanda di cambiamento». Per descriverne il ruolo usa un’immagine molto efficace: «È come un surfista sull’onda. Non è lui che crea le onde, ma ci sta sopra. È lui che guida questa emozione contro il sistema attuale».

Se però c’è un terreno su cui Orbán continua a essere fortissimo, è quello della guerra. «Questa è la principale narrativa di Fidesz», osserva lo studioso. «Il messaggio politico veicolato insiste sull’idea che, se vince Tisza, manderanno i nostri soldi e i nostri figli in Ucraina, a sostenere la guerra contro la Russia». Il punto, aggiunge, è che su questo tema la propaganda continua a funzionare anche tra elettori che, su tutto il resto, sembrano ormai più vicini all’opposizione: «Se si parla di istruzione, sanità o corruzione, sostengono Tisza. Ma se si parla della guerra in Ucraina, allora dicono: sì, Fidesz può salvarci da questa guerra». Una paura che il ricercatore definisce «immaginaria» e «assolutamente non realistica», ma che continua a incidere.
Qui entra in gioco un altro elemento essenziale, ovvero il sistema dell’informazione. Gran parte della popolazione si informa tramite notizie esclusivamente in lingua ungherese, in un ecosistema mediatico dove l’80% delle piattaforme d’informazione è sotto il controllo del governo. Delle testate indipendenti esistono eccome (ad esempio Telex, che il nostro interlocutore ci ha indicato come fonte utile per orientarsi), ma non abbastanza da spezzare davvero l’asimmetria.

Da qui traspare anche la dimensione europea del voto. Orbán, da leader di un governo conservatore, è diventato il capo di un intero sistema basato sull’ambiguità verso Mosca, sulla frizione con Bruxelles e sul veto come potentissimo strumento politico.
Nei rapporti con le istituzioni europee, il tema centrale è stato il graduale processo di regressione costituzionale con una sempre più marcata crisi dello stato di diritto. A proposito di ciò, il ricercatore afferma: «Il nodo centrale sta nella trasformazione istituzionale che ha progressivamente sbilanciato il sistema ungherese a favore del partito di governo. Tra Orbán e le altre destre europee la differenza sta maggiormente nel grado di trasformazione istituzionale raggiunto. Il punto di non ritorno è stato il 2010: la super maggioranza dei due terzi ha permesso a Fidesz di riscrivere la costituzione, e da quel momento è diventato sempre più difficile contrastare il sistema dall’interno». 

In una prospettiva di analisi politica interna dei diversi sistemi di governo, è forse questa la lezione più utile che viene dall’Ungheria: una democrazia comincia a indebolirsi molto prima del momento in cui appare apertamente autoritaria, ovvero quando il potere usa una vittoria elettorale per rendere più facile la propria riproduzione futura. 

Per questo motivo, in prospettiva futura, anche un’eventuale vittoria di Tisza potrebbe non bastare: dopo sedici anni di governo molte posizioni chiave dello Stato resterebbero occupate da Fidesz, e senza una maggioranza molto ampia governare sarebbe comunque difficile. Tuttavia, per la prima volta, il sistema costruito da Orbán mostra una crepa visibile. Non è ancora un cambio di regime, ma potrebbe essere l’inizio di una svolta storica.

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