L’UE sotto l’ombrello nucleare francese

di Giorgio Firera

Richard Jordan Gatling era un inventore statunitense ottocentesco che mise a frutto il suo ingegno in molteplici campi; detenne brevetti che spaziavano da biciclette e servizi igienici migliorati a sistemi per la pulizia a vapore della lana grezza. Le seminatrici meccaniche per cotone, riso e grano, la macchina per la lavorazione della canapa e gli aratri a vapore, i primi trattori, furono il frutto della sua dedizione all’ambito agricolo. È tuttavia principalmente ricordato per l’invenzione della prima mitragliatrice, l’arma che ancora oggi ne porta il nome. Può sembrare un controsenso per un uomo dedito al progresso e al miglioramento delle condizioni umane dedicarsi alla creazione di uno strumento di morte di tale portata, ma la fede nella scienza che solo un inventore può avere fa dimenticare con facilità la banalità del genere umano. Sua era l’intenzione di creare un’arma “che avrebbe permesso, grazie alla sua rapidità di fuoco, ad un uomo soltanto di compiere in battaglia il dovere di cento uomini”, così da ridurre il numero degli effettivi negli eserciti e, di conseguenza, ridurre l’esposizione a battaglie e malattie. Un’arma tanto distruttiva da rendere insensato combattere, un’arma che mettesse fine a tutte le guerre.

La lezione sulla natura distruttiva del genere umano non fu appresa nei decenni successivi, dove il progresso scientifico fu un mezzo per la creazione degli imperi coloniali e presupposto indispensabile per i due conflitti mondiali. Le parole pronunciare da J. Robert Oppenheimer, pronunciate dopo il primo test nucleare “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi“, suonarono quanto mai profetiche quando nell’agosto 1945 i due ordigni nucleari statunitensi spazzarono via non meno di duecentomila persone, conteggio che si raddoppia se si considerano le vittime successive, conseguite alle radiazioni subite. 

Il monopolio statunitense di quest’arma fu interrotto dall’Unione Sovietica nel 1949, seguita dal Regno Unito nel 1952, dalla Repubblica Francese nel 1960 e dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1964. Il graduale allargamento del Club Nucleare non portò ad una diffusa pace, poiché ciascun Paese che sviluppava l’arma atomica diventava potenzialmente la scintilla in grado di dare alle fiamme il mondo, benché l’avesse fatto con l’intento dichiarato di dotarsi dell’arma nucleare solo a scopo dissuasivo. 

La Crisi dei Missili di Cuba fu una tragedia catastrofica evitata solo grazie al buon senso; mai il concetto di mutua distruzione assicurata costituì così poco un efficace mezzo dissuasivo per le parti coinvolte. Nel 1969 si arrivò al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), un accordo internazionale volto a limitare la diffusione di queste armi, che imponeva alle potenze atomiche di negoziare attivamente per ridurre i propri arsenali e arrivare a un disarmo generale e che esplicitava per tutti i Paesi il diritto di sviluppare la ricerca e l’energia nucleare per scopi civili, sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Nonostante la Repubblica Indiana, il Pakistan, la Corea del nord e lo Stato di Israele se ne siano dotati nel tempo, la pace è stata mantenuta tra nazioni nel Mondo, pur con tutti i rilevanti distinguo, e non si è paventato il loro utilizzo nei vari momenti caldi della recente storia umana. 

Tuttavia questi nostri anni Venti dimostrano come l’assunto esplicitato non sia quasi più vero. In Russia le principali figure politiche e istituzionali hanno ripetutamente paventato e minacciato l’impiego di armi nucleari; l’eterno presidente Vladimir Putin, l’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev, alti funzionari e portavoce come Sergei Shoigu e Dmitry Peskov giustificando l’impiego di tale retorica come risposta, necessariamente dissuasiva, alla minaccia di ingerenze occidentali. Il Ministro degli Esteri Lavrov ha invece dichiarato come la Federazione Russa resti “pienamente impegnata nel principio che la guerra nucleare è inaccettabile” e crede che “non ci possano essere vincitori in un tale conflitto e di conseguenza non vada mai scatenato“, ma ribadisce come “il possesso di armi nucleari nel contesto della deterrenza è oggi l’unica risposta possibile ad alcune significative minacce esterne“. A riprova della leggerezza e scelleratezza con cui si ricorre alla minaccia del loro impiego, basta ricordare le parole del Ministro per la tradizione ebraica Amichai Eliahu, che nel novembre 2023 ha affermato in un’intervista radiofonica che l’atomica su Gaza era un’opzione plausibile.

Questo inizio Marzo 2026, In questo contesto internazionale, la Repubblica francese per bocca del suo Presidente ha annunciato un cambio di passo; a pochi giorni allo scoppio della Terza Guerra del Golfo tra Stati Uniti, Iran e Israele ha sottolineato come sia ormai evidente come l’Europa non possa più contare sulla protezione garantita dalla NATO per via delle politiche portate avanti dall’attuale presidenza statunitense.
L’arsenale nucleare francese aveva raggiunto la sua massima espansione nei primi anni Novanta, quando disponeva di circa 540 testate, quarto per dimensione, benché ora si sia ridotto a 290 missili adatti allo scopo. Un comunicato congiunto della presidenza francese e della cancelleria tedesca ha confermato che Parigi e Berlino approfondiranno la cooperazione in materia di deterrenza creando un gruppo direttivo nucleare di alto livello e avvieranno attività congiunte quest’anno. L’accordo prevede la partecipazione della Germania alle esercitazioni nucleari francesi e il coordinamento delle capacità convenzionali e di difesa missilistica, mentre si rende nota la collaborazione britannica per la progettazione di missili a lunghissimo raggio.

Quello che potrebbe essere un mero annuncio al riarmo, come tante volte si è tristemente visto nella storia europea, è in realtà parte di una rivoluzione che sino a pochi mesi orsono non si sarebbe mai detta possibile. In tale circostanza la Francia ha promosso una “deterrenza nucleare avanzata“, con l’idea di far ospitare ad alcuni paesi europei nel loro territorio le testate francesi, senza cedere la discrezionalità d’utilizzo. Indicando come abbiano già accettato di partecipare al progetto Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca, il Presidente Macron ha sottolineato come si tratta di un approccio graduale. Ciò consentirebbe alle Forze aeree strategiche francesi (FAS) di estendersi in profondità sul continente europeo e ha aggiunto che i partner della Francia parteciperanno anche allo sviluppo di capacità “ausiliarie” nell’ambito della nuova dottrina nucleare, alla progettazione di sistemi di allarme spaziali e ad una difesa aerea per abbattere droni e missili in arrivo. Se negli ultimi anni i governi sono stati sempre pronti a spendersi o a dirsi pronti per gli “interessi vitali della nazione”, con la “deterrenza avanzata” di Macron, questo concetto ha assunto una forma più definita, benché si sia ribadito che la si intende sostituire a quella garantita dalla NATO.

Un’analisi più cinica di questo evento sottolineerebbe come non sia altro che un tentativo da parte francese di sostituirsi agli americani nel garantire in Europa il c.d. ombrello atomico e nell’influenzare i Paesi ospitanti, dato che la tremenda possibilità d’impiego resta esclusivo appannaggio d’oltralpe. L’eventuale fastidio che si può provare all’idea di ospitare testate estere in Italia è tuttavia malriposto, se non altro perché il Belpaese ospita già circa trentacinque testate alleate, seguita dalla Turchia, che ne ha sul suo territorio nazionale probabilmente una ventina.
È inoltre curioso sottolineare come, da un punto di vista interno alla repubblica francese, tale proposta sia stata accolta da un lato con interesse e dalle critiche dell’opposizione di estrema destra. Il Front National ha disapprovato la possibilità di estendere l’uso di questi armamenti in suolo non francese, perché, per un sovranista, disperdere il proprio arsenale atomico presso altri Stati Membri della tanto demonizzata Unione Europea, costituisce una vulnerabilità e un pericoloso passo sulla scivolosa china che potrebbe portare, ipoteticamente, ad un esercito europeo.

Bisogna dire che nel 2027 ci saranno le elezioni presidenziali in Francia e l’inquilino dell’Eliseo, già al suo secondo mandato, non è più molto apprezzato in patria, cosa che rende possibile un cambio di postura significativo nei confronti dell’Unione. È facile immaginare come questa proposta, apprezzata o osteggiata che sia, possa essere messa da parte, ma non può negarsi che questi sono tempi nuovi ed incerti. Vecchi tabù come questo vengono perlomeno messi in discussione e l’Europa che conosceremo tra pochi anni sarà diversa da quella odierna in modi che non possiamo predeterminare. Risulta quanto mai necessario essere pronti e cogliere per tempo i cambiamenti odierni, prima che ci travolgano.

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