di Cristina Sacco
Negli ultimi anni il tema dell’energia nucleare è tornato al centro del dibattito politico.
La necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica e di garantire una maggiore indipendenza energetica, ha spinto molti Paesi a investire nuovamente nell’atomo.
Anche in Italia si discute di un possibile ritorno al nucleare, ma esiste un problema che il nostro Paese non ha ancora risolto e che non può essere ignorato: la gestione delle scorie radioattive che vengono prodotte.
Tra i luoghi simbolo di questa questione c’è Trino Vercellese, piccolo comune del Piemonte che ospita una delle principali eredità del programma nucleare italiano.
Le scorie radioattive sono i rifiuti prodotti dalle centrali nucleari durante il funzionamento dei reattori. Le scorie possono essere a bassa attività, cioè perdere la radioattività nel giro di alcune decine o centinaia di anni; a media attività, e quindi richiedere sistemi di isolamento più sicuri; o ad alta attività, di solito costituite dal materiale nucleare esaurito. Queste ultime sono le più pericolose perché continuano a emettere radiazioni e calore per migliaia di anni e devono quindi essere conservate in condizioni di massima sicurezza per evitare qualsiasi contaminazione dell’ambiente.
Per rendere più sicure le scorie, a prescindere dal tipo di attività, vengono trattate e sigillate all’interno di materiali resistenti, come vetro o bitume. Successivamente sono inserite in contenitori di acciaio e cemento e conservate in depositi sotterranei costruiti in zone geologicamente stabili, dove il rischio di dispersione è molto basso, fino all’esaurimento del periodo di reattività.
Negli anni Sessanta l’Italia era tra i Paesi più avanzati nello sviluppo dell’energia nucleare. A Trino Vercellese venne costruita la centrale nucleare “Enrico Fermi”, una delle più moderne dell’epoca. Entrata in funzione nel 1965, contribuì per anni alla produzione di energia elettrica nazionale.
Dopo l’incidente di Černobyl’ del 1986, il referendum del 1987 sancì l’abbandono del nucleare in Italia. L’attività della centrale di Trino fu definitivamente interrotta e iniziò il lungo processo di smantellamento degli impianti e la messa in sicurezza dei materiali radioattivi.
Oggi la centrale non produce più energia, ma il sito continua a custodire rifiuti radioattivi in attesa di una sistemazione definitiva.
Trino è diventato uno dei principali siti nucleari italiani perché disponeva delle strutture necessarie per lo stoccaggio temporaneo delle scorie radioattive. Il deposito, però, era stato progettato come una soluzione provvisoria: in assenza di un deposito nazionale definitivo, i rifiuti sono rimasti sul territorio per tempi molto più lunghi del previsto. Questa situazione alimenta da anni il dibattito tra cittadini, istituzioni e associazioni ambientaliste. Sebbene le strutture di Trino siano sottoposte a continui controlli e rispettino rigorosi standard di sicurezza, tanto che non esiste un’emergenza sanitaria legata al sito, la permanenza delle scorie in depositi temporanei presenta comunque alcune problematiche, come la necessità di una manutenzione costante, gli elevati costi sostenuti dallo Stato, la preoccupazione della popolazione locale e il rischio, seppur remoto, legato a eventi eccezionali. Per questo motivo, il vero problema non è tanto la presenza delle scorie a Trino, quanto la mancanza di una soluzione definitiva per il loro smaltimento.
Da molti anni l’Italia prevede la realizzazione di un Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, una struttura progettata per raccogliere in un unico luogo i rifiuti radioattivi prodotti dalle ex centrali nucleari, dagli ospedali, dai laboratori di ricerca e dalle attività industriali. Il deposito permetterebbe di concentrare i controlli in un unico sito, ridurre i costi di gestione, liberare progressivamente gli ex siti nucleari, compreso Trino e garantire standard di sicurezza più elevati nel lungo periodo.
La scelta del luogo, però, è estremamente complessa. Ogni territorio candidato teme possibili ripercussioni ambientali, economiche e d’immagine, dando origine al fenomeno conosciuto come NIMBY (“Not In My Back Yard”, cioè “non nel mio cortile”): tutti riconoscono la necessità del deposito, ma nessuno desidera ospitarlo.
Il problema delle scorie radioattive non rende impossibile l’utilizzo dell’energia nucleare, ma richiede investimenti tecnologici e una gestione responsabile. Tra le soluzioni più promettenti vi sono i depositi geologici profondi, già in fase di realizzazione in Paesi come Finlandia e Svezia, dove le scorie vengono conservate a centinaia di metri di profondità all’interno di rocce molto stabili, in grado di isolarle per migliaia di anni. Un’altra possibilità è il riciclo del combustibile nucleare: in Francia, ad esempio, parte del combustibile esausto viene recuperata e riutilizzata, riducendo il volume delle scorie ad alta attività. Anche i reattori di quarta generazione, ancora in fase di sviluppo, potrebbero contribuire a diminuire sia la quantità sia la pericolosità dei rifiuti radioattivi, grazie a un utilizzo più efficiente del combustibile. A queste tecnologie si aggiunge la trasmutazione nucleare, una tecnica sperimentale che mira a trasformare alcuni elementi radioattivi a lunga vita in isotopi meno pericolosi e con tempi di decadimento molto più brevi. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta: è fondamentale garantire una gestione trasparente, con controlli indipendenti, dati accessibili, monitoraggi continui e il coinvolgimento delle comunità locali nelle decisioni, così da rafforzare la fiducia dei cittadini.
Trino Vercellese rappresenta oggi il simbolo di una questione ancora aperta: l’Italia ha abbandonato la produzione di energia nucleare, ma continua a gestire le conseguenze del proprio passato atomico.
Il dibattito sul ritorno al nucleare non può quindi limitarsi ai vantaggi energetici o climatici. Qualunque scelta futura dovrà affrontare anche il tema della gestione sicura delle scorie, della costruzione del Deposito Nazionale e dell’accettazione da parte dei territori.
Solo risolvendo questi problemi sarà possibile valutare in modo completo se l’energia nucleare possa diventare una componente sostenibile del sistema energetico italiano, conciliando sicurezza, tutela dell’ambiente e fabbisogno energetico delle future generazioni.




