di Giorgio Firera
Tra il 30 e il 31 luglio 2026, circa settantadue mila persone sono entrate improvvisamente dal Marocco nell’enclave spagnola in Nordafrica di Ceuta, varcandone i confini terrestri e marittimi. Di questi oltre settantamila sono stati rimpatriati in poche ore. Le autorità pubbliche hanno comunicato di aver attualmente censito 1342 minori non accompagnati, che, tutelati dalla legge spagnola, non possono essere oggetto di una misura amministrativa automatica di rimpatrio. Per la loro assistenza il Governo ha annunciato lo stanziamento di venticinque milioni e ha rafforzato il dispositivo di sicurezza con due fregate, ha inviato altre 45 unità antisommossa, che si uniranno ai 225 agenti già dispiegati, affiancati da specialisti di frontiera, intelligence e da oltre 2000 militari. Alla data del 9 agosto sono accertati 142 morti.
Tali sono i fatti. Il resto è la reazione politica, tanto italiana quanto europea.
Che la materia dell’immigrazione sia il tema di scontro in Unione Europea è faccenda risaputa, attenzionata dalle sue istituzioni sin da quando acquisirono l’autorità di legiferare in materia con il Trattato di Amsterdam del 1999. Già dal 2003 l’Unione adottò il Regolamento di Dublino II, stabilendo che sarebbe stato lo Stato Membro di primo ingresso ad essere competente per la gestione della domanda d’asilo dal cittadino extra-UE. Tali principi furono messi a dura prova sin dalla Crisi Migratoria del 2015, in cui si stima che 1.3 milioni di persone arrivarono sul continente. Principalmente Siriani, ma anche Afghani, Pakistani, Iracheni e Nigeriani, si misero in marcia a causa dell’escalation di varie guerre in Medio Oriente, del dominio territoriale e militare dell’ISIS nella regione e a causa del rifiuto di Libano, Giordania ed Egitto ad accettare richiedenti asilo.
L’UE tentò di dare una risposta coordinata, ridistribuendo i rifugiati tra i paesi membri, semplificando le procedure di espulsione ed affrontando le cause profonde dell’emigrazione nei paesi di origine dei migranti. Tali tentativi furono frustrati dal rifiuto degli Stati di accogliere, in tutto o in parte, numeri rilevanti di migranti. Fu la Germania a sbloccare la situazione e a decidere di sospendere temporaneamente l’applicazione del Regolamento di Dublino, ricevendo oltre quattrocentoquaranta mila domande d’asilo, coadiuvata da Svezia, con centosessantatre mila, e l’Austria, con ottantottomila.
L’ondata migratoria ha avuto effetti diretti sull’Unione. I Primi Ministri Viktor Orban e Miloš Zeman adottarono una retorica basata sulla paura, definendo “invasori musulmani” i migranti, assimilandoli a terroristi, mentre la linea dura promossa da Jarosław Kaczyński fece prevalere il suo partito nelle successive elezioni e seppellendo qualsivoglia possibilità di cooperazione con la Commissione Europea. Il tema migratorio assurse al centro della campagna referendaria del 2016 in Gran Bretagna, al punto che secondo i sondaggi un terzo degli elettori favorevoli al Leave ritenne che l’uscita dall’UE avrebbe permesso alla Gran Bretagna di controllare meglio l’immigrazione e i propri confini. La scelta del Governo Merkel fu fortemente contestata dal suo partito e nelle elezioni federali tedesche del 2017, il partito Alternativa per la Germania (AfD) ha ottenuto il 12% dei voti.
Nel 2020 la Commissione europea, su richiesta del Parlamento europeo, propose una serie di riforme al sistema esistente attraverso un approccio globale basato su procedure efficienti di asilo e rimpatrio, solidarietà e giusta ripartizione delle responsabilità, rafforzamento delle partnership con i paesi terzi. Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo è stato approvato nell’aprile 2024, pur con una stretta maggioranza, ed è entrato in vigore il 12 giugno 2026. Gli intenti del provvedimento sono ravvisabili dalle dichiarazioni del relatore olandese Malik Azmani, che sottolinea come i cittadini si aspettino che chi non ha il diritto di rimanere faccia ritorno nel proprio paese d’origine, garantendo tramite l’implementazione di misure di rimpatrio efficaci e realistiche. Rimarca con orgoglio come “l’ultimo tassello del sistema europeo di gestione della migrazione”, dopo quasi vent’anni di stallo, sia stato apposto.
Tornando alla nostra rovente attualità, si deve far presente come Madrid abbia rimandato indietro quasi tutti nel giro di una settimana. Il confine, in senso stretto, quindi ha funzionato. Ciò che si è spezzato è stata la fiducia tra i governi europei, solidali nell’isolare lo Stato Membro in difficoltà. In poche ore, senza attendere la verifica dei fatti, 22 governi guidati da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, l’omologa danese, hanno inviato una lettera a Ursula von der Leyen, puntando il dito contro le istituzioni spagnole, colpevoli di mettere a rischio le frontiere. Se il Tribunale Supremo è stato criticato per aver stabilito che i respingimenti immediati non si applicano ai migranti che raggiungono a nuoto le enclavi in Nord Africa, il Governo Sànchez è stato messo alla gogna per aver scelto di regolarizzare circa 500 mila migranti senza documenti, per lo più di origine sudamericana. È tuttavia necessario sottolineare come il provvedimento concedeva loro, per l’appunto, la regolarizzazione, e non attribuiva ai richiedenti né la cittadinanza spagnola, né, conseguentemente, quella dell’Unione.
La solidarietà degli altri Stati Membri è stata tanto esemplare a parole quanto tradita dai fatti. Il premier polacco Donald Tusk chiede che la Spagna blindi i confini come ha fatto Varsavia, il cancelliere Merz dichiara come la Spagna debba riportare con urgenza la situazione sotto controllo, il presidente Macron esprime la solidarietà ai vicini rafforzando i controlli ai confini, così come Austria e Portogallo. In tale non edificante pagina della storia europea come esempio di accoglienza, però, il nostro Paese si è distinto tra tutti gli altri. Nella stessa serata in cui si è venuti a sapere dell’assalto alle frontiere dell’exclave di Ceuta, infatti, è giunta la notizia che sarebbero stati reintrodotti i controlli aerei e marittimi tra Italia e la Spagna, sussistendo, a detta di Roma, la presenza di una grave minaccia alla sicurezza o all’ordine pubblico. Una minaccia migratoria, come detto, circoscritta ad un’exclave in Nord Africa, impossibile da lasciare senza l’ausilio di aerei, come ci insegna l’Operation Fuego del luglio 1936, o di navi in grado di solcare i 1250 km di Mar Mediterraneo che la separano dall’isola di San Pietro o i 1590 km da Marsala.
L’art. 41 del Codice frontiere Schengen e la dichiarazione del Regno di Spagna relativa alle città di Ceuta e Melilla, stabiliscono che, pur essendo parte integrante del territorio spagnolo e dell’Unione Europea, continuano a vigere controlli specifici in uscita e in entrata verso il territorio continentale europeo, escludendole di fatto dalla piena applicazione della libera circolazione tipica dell’area Schengen. Sul punto si è espresso anche l’ex alto rappresentante dell’unione europea per gli affari esteri Josep Borrell, sottolineando come sia “rivelatore di come i governi dell’UE stiano imparando a comprendere, parlare, utilizzare ed abusare dell’ordinamento giuridico dell’UE in chiara violazione del principio di leale cooperazione che li lega“.
A crisi rientrata Madrid ha quindi chiesto di ritirare tale misura sproporzionata, ma ha ricevuto la replica piccata di Palazzo Chigi, che il 7 agosto ha chiarito come “l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero su sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Per tutta risposta Madrid ha annunciato a sua volta l’introduzione di controlli sui documenti per i viaggiatori italiani in ingresso, sottolineando come, secondo i dati Frontex tra il 2021 e il 2026, gli ingressi irregolari dall’Italia siano pari a 478.600, mentre dalla Spagna siano solo 234.760.
Degne di biasimo sono anche le dichiarazioni di Trump che non ha mancato di accusare la Spagna di “sforzi deliberati” che hanno incoraggiato l’immigrazione illegale di massa in Europa. La verità è che tutti hanno trovato utile etichettare la crisi di Ceuta come migratoria, piuttosto che qualificarla come un attacco esterno all’integrità territoriale europea. In ogni caso, tutti gli attori politici europei che hanno preso posizione sono parsi più preoccupati dell’opinione dei propri elettori riguardo a un potenziale afflusso di migranti che degli effettivi pericoli per la sicurezza territoriale. Dovrebbe essere lampante come così tante persone, allertate da annunci social prontamente spariti a crisi iniziata, non avrebbero potuto raggiungere Ceuta in un solo giorno senza il via libera (e probabilmente il sostegno) del proprio governo. Perché Rabat abbia strumentalizzato i propri cittadini è frutto di speculazioni e teorie, tra cui il mancato gradimento per il recente “riavvicinamento” della Spagna ad Algeri, o semplicemente la volontà di sfruttare il sostegno statunitense per eventuali mire su Ceuta come punto strategico. In un rapporto della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti americana, datato 30 aprile e collegato al progetto di finanziamento da quaranta milioni per lo Stato nordafricano, si definiscono infatti Ceuta e Melilla città “amministrate dalla Spagna” situate “in territorio marocchino”. Il documento ricorda la storica rivendicazione di Rabat, incoraggiando un dialogo diplomatico tra Marocco e Spagna sul loro “status futuro”. In mancanza di dati certi a riguardo, la suggestione geopolitica non deve essere confusa con un fatto ma appare fuori luogo la semplificazione estrema dei dei fatti così come la reazione, alquanto agitata e non debitamente ponderata, dei principali governi europei.
Che sia indispensabile la collaborazione transfrontaliera nel presidiare il confine è stato dimostrato tanto oggi quanto nel 2021, quando la Spagna fu forzata ad abbandonare quarant’anni di neutralità sul Sahara Occidentale per appoggiare il piano di autonomia del Marocco, sostenuto dalla prima amministrazione Trump e concluso durante quella di Joe Biden.
In questo contesto, la riunione d’emergenza di martedì 4 agosto dei Ministri dell’Interno si è risolta in un nulla di fatto. La Spagna è stata “elogiata”, poiché nessuno è riuscito a raggiungere la terraferma e ogni questione sostanziale è stata rimandata al Consiglio europeo di ottobre. La solidarietà europea è rimasta ancora una volta lettera morta su trattati in cui nessuno sembra più credere.
Questi giorni hanno mostrato con chiarezza con quale velocità l’Europa possa dividersi per speculazione e interessi politici e finché l’unione non considererà la sfiducia e la dipendenza come le vere emergenze, il prossimo passo verso la disgregazione sarà una questione di quando, non di se.




