La Carta di Chivasso e la Dichiarazione Schuman

di Cristina Sacco

La storia si svolge nel Dicembre 1943, a Chivasso, un piccolo comune sito al confine tra Canavese e Monferrato; era in corso la Seconda Guerra Mondiale e nel Nord Italia prendeva forma la Resistenza, che al termine della guerra avrebbe contato oltre duecentoquarantamila partecipanti.
Tutti presero parte alla Guerra di Liberazione, divisi per ideologia ma uniti nell’opposizione al fascismo.

Nel Nord Italia, il 19 dicembre 1943, all’oscuro dell’occupante tedesco e dei collaborazionisti fascisti, si tenne un convegno clandestino, organizzato a Chivasso da esponenti della Resistenza e dell’antifascismo delle valli alpine.
In tale occasione venne redatta l’omonima Carta, un documento che postulava per l’Italia la trasformazione in un sistema politico repubblicano e federale su base regionale e cantonale, così che il potere del governo centrale fosse diviso con i territori locali.

La priorità non era il federalismo interno. Sebbene i federalisti valdesi ne avessero recepito pienamente l’importanza, erano anche consapevoli che prima di tutto era necessario superare la sovranità assoluta degli Stati nazionali: finché ogni Stato rimaneva completamente indipendente e sovrano, i rapporti internazionali restavano caratterizzati da una sorta di anarchia e ogni Paese si vedeva costretto a pensare soprattutto alla propria sicurezza, portando inevitabilmente a rafforzare il militarismo, il centralismo e le tendenze autoritarie all’interno degli Stati.
Da questa analisi discende che la federazione europea costituiva una premessa fondamentale per realizzare anche le riforme interne, autonomismo compreso. Questa consapevolezza entrava pienamente nell’elaborazione della Carta, il cui messaggio più profondo e impegnativo appariva perciò l’idea del parallelismo fra federalismo sovranazionale e infranazionale.

Oltre ciò, il contenuto della Carta di Chivasso può essere riassunto in due ulteriori punti.
La parte preponderante del documento è la rivendicazione di una forte autonomia delle Valli alpine, sul modello dei cantoni svizzeri; maggiore autonomia su politica e amministrazione, cultura e scuola, lingua ed economia e tasse. Questa richiesta nasceva dal desiderio di rimediare alla repressione subita durante il fascismo, che aveva cercato di cancellare le culture locali e limitare l’autonomia della comunità.
Si aspirava poi ad evitare che l’autonomia delle Valli rimanesse un caso isolato. La Carta proponeva una ristrutturazione dell’intero Stato italiano in direzione di una Repubblica democratica e federale, in sostituzione ad uno Stato molto centralizzato. Secondo la Carta, questo sistema avrebbe rappresentato l’unica garanzia contro il ritorno di una dittatura.

La Carta di Chivasso trovò poi il suo compimento nelle parole del ministro Schuman.
Nel 1950, le nazioni europee cercavano ancora di risollevarsi dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale, conclusasi cinque anni prima.
Il conflitto aveva lasciato intere città distrutte e infrastrutture danneggiate. La produzione industriale e agricola era crollata, portando alla scarsità di beni essenziali, il razionamento e l’inflazione.
I danni però non riguardavano solo l’economia, perché l’Europa era profondamente segnata dalle perdite umane e dalle conseguenze politiche della guerra.
I governi dopo la brutalità del conflitto, dovevano ridare un senso di comunità e ricostruire le istituzioni democratiche dopo gli anni delle dittature e dell’occupazione nazista.
Parallelamente, cominciava a delinearsi una nuova divisione del continente: l’Europa occidentale si avvicinava agli Stati Uniti, mentre i Paesi dell’Europa orientale entravano progressivamente nell’orbita dell’Unione Sovietica.
La Guerra fredda stava quindi trasformando profondamente gli equilibri politici europei.

Il 1950 rappresentava così un momento di transizione: l’Europa era ancora alle prese con le ferite lasciate dalla guerra, ma allo stesso tempo stava ponendo le basi per la ricostruzione economica, per una nuova cooperazione tra gli Stati e per l’assetto politico che avrebbe caratterizzato i decenni successivi.
Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, il 9 maggio 1950 rilasciò una dichiarazione, che proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune la produzione di questi materiali.
Determinati ad impedire il ripetersi di un altro conflitto tanto terribile, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. Si pensava che la condivisione degli interessi economici avrebbe contribuito al miglioramento dei livelli di vita e rappresentato il primo passo verso un’Europa più unita.
Questa organizzazione nacque l’anno seguente con il nome di CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Essa univa la produzione di carbone e acciaio di Francia e Germania sotto un’unica Alta Autorità, restando aperta all’adesione di altri Stati europei, rappresentando la prima pietra miliare delle istituzioni europee sovranazionali, gettando le basi per la nascita dell’odierna Unione Europea.

Nelle Carta di Chivasso si parla di federazione europea e federalismo sovranazionale, che trovano la loro prima realizzazione proprio nella CECA, che vede dopo un sanguinario conflitto durato all’incirca sei anni la rinascita di un intero continente attraverso la collaborazione tra gli Stati.

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