di Chiara Bazzano
Il confino era una delle misure repressive più utilizzate dal regime fascista: una forma di esilio interno, con cui dissidenti e oppositori venivano allontanati dalla vita pubblica e relegati in luoghi isolati, spesso per anni. Ventotene, piccola isola nel Tirreno, era una di queste destinazioni. Nel 1941 vi erano confinati centinaia di antifascisti, comunisti, socialisti, liberali, tra cui Altiero Spinelli, arrestato nel 1927 a vent’anni e lì da quindici anni. È in quel contesto di isolamento forzato che Spinelli, insieme all’economista Ernesto Rossi e al filosofo Eugenio Colorni, trova il tempo e la necessità di pensare. Il risultato è il Manifesto per un’Europa libera e unita, scritto su carta velina da sigarette, nascosto in una scatola di latta e fatto circolare clandestinamente attraverso i visitatori dell’isola. La forma stessa della sua produzione dice qualcosa sul contesto: il Manifesto di Ventotene è già, nella sua genesi, un atto di resistenza.
Ma cosa dice, questo documento clandestino? La tesi centrale è di una semplicità disarmante, e proprio per questo risulta difficile da accettare. Il problema dell’Europa, scrivono gli autori, risiede nel sistema degli stati nazionali in sé. Finché gli stati competono per territorio, risorse e potere senza un’autorità superiore capace di arbitrare, la guerra è una conseguenza strutturale dell’ordine politico europeo. Sconfiggere Hitler e Mussolini, e tornare agli stati nazionali democratici di prima, significa rimettere in moto la stessa macchina che aveva già prodotto due guerre mondiali in trent’anni. A partire da questa diagnosi, la soluzione che il Manifesto propone è la federazione europea: una struttura politica sovranazionale con proprie istituzioni democratiche, capace di gestire le materie che gli stati da soli non riescono a gestire, come la difesa, la politica estera e la moneta. Si tratta di un livello di governo superiore a quello degli stati, con una propria legittimità fondata direttamente sui cittadini. Su questo punto le due voci principali del Manifesto si integrano: mentre Spinelli si concentra sull’architettura istituzionale, Rossi porta la dimensione economica, sostenendo che senza un mercato comune e politiche fiscali condivise la federazione politica resterebbe una struttura priva di contenuto reale.
Il Manifesto esce dall’isola quasi per miracolo e comincia a circolare. Viene letto e copiato nei circoli antifascisti italiani, poi tradotto in francese e diffuso in Svizzera, dove raggiunge i movimenti di resistenza di altri paesi europei. Nel 1943, a Ginevra, antifascisti provenienti da Francia, Italia, Germania, Polonia e Cecoslovacchia, paesi che in quel momento si stavano facendo la guerra, si ritrovano intorno alla stessa idea e fondano l’Unione Europea dei Federalisti. È un passaggio che vale la pena sottolineare: la Resistenza ha avuto una dimensione transnazionale che la storia ufficiale tende a trattare come marginale, ma che ha contribuito in modo diretto alla costruzione del dopoguerra europeo.
Quando nel 1945 la guerra finisce, quella rete è già strutturata, e il movimento federalista entra nella politica del dopoguerra con una visione precisa e una storia alle spalle. I suoi effetti si vedono nei lavori dell’Assemblea Costituente italiana, riunitasi a Roma nel 1946. Molti dei Costituenti erano stati partigiani, confinati, esuli. Avevano vissuto sulla propria pelle cosa significava il nazionalismo portato alle sue conseguenze estreme, e quella memoria si vede in quello che scrissero. L’articolo 11 della Costituzione ne porta il segno diretto: l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» e «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Nel 1947, per uno stato appena uscito da una guerra devastante, accettare esplicitamente di limitare la propria sovranità in nome di un ordinamento sovranazionale era una scelta di campo, che rifletteva la memoria di chi aveva visto dove portava la logica degli stati nazionali sovrani e contrapposti. È quella norma la base giuridica su cui l’Italia, nel 1957, firma il Trattato di Roma.
Il Manifesto di Ventotene ha più di ottant’anni. L’Europa federale che descriveva, con un governo democratico nel senso pieno del termine, un parlamento con poteri legislativi reali e una politica estera comune, non esiste ancora. L’Unione Europea che esiste è costruita in larga parte sulla cooperazione tra stati nazionali piuttosto che sul loro effettivo superamento, e il divario tra quella visione e la realtà istituzionale attuale rimane significativo. Il dibattito su quanto potere gli stati debbano cedere e come bilanciare democrazia nazionale e governance sovranazionale non ha una risposta definitiva. Le crisi degli ultimi anni, finanziaria, migratoria, pandemica, geopolitica, hanno mostrato quanto sia ancora aperta la questione di cosa debba essere l’Europa, e quanto distante resti dalla visione di chi l’ha immaginata su un’isola di roccia nel Tirreno, mentre tutto intorno bruciava.




