di Giorgio Firera
All’indomani del 23 Settembre 1943 l’Italia era divisa geograficamente e politicamente tra Nord e Sud, come lo è stata per gran parte della storia. In tale circostanza però la frattura culturale, ideologica e sociale permane tuttora, dividendo chi si trovava governato dalla Repubblica di Salò e chi dal Regno d’Italia e dagli Alleati. Se il proclama dell’Armistizio dell’8 Settembre mirava, forse ingenuamente, a far chiamare fuori l’Italia dalla Seconda Guerra Mondiale, la liberazione di Mussolini e la successiva proclamazione della Repubblica di Salò esplicitarono che, volenti o nolenti, in Italia si sarebbe continuato a combattere per il successivo anno e mezzo.
Il fenomeno partigiano, prima spontaneo e col tempo sempre più organizzato, è stato il sintomo di un’insofferenza covata contro il Regime Fascista, talvolta taciuta e di sovente repressa brutalmente, durante il Ventennio. Se nei mesi finali del 1943 i combattenti attivi erano ancora limitati, stimati intorno ai diecimila individui e perlopiù composti dai militari che scelsero di non consegnarsi ai tedeschi e da “sbandati” tornare a combattere, il numero crebbe con l’arrivo di giovani renitenti alla leva della Repubblica di Salò. Dal 9 settembre 1943 il Comitato di Liberazione Nazionale, composto dai partiti repressi durante il regime, assunse la guida politica e militare della lotta, con le formazioni partigiani che nel tempo si strutturavano sotto l’una o l’altra bandiera, certo non senza attriti, ma con uno scopo comune. In questa fase fu redatta la Carta di Chivasso, un documento che postulava per l’Italia la trasformazione in un sistema politico federale e repubblicano su base regionale e cantonale, oggi considerata dagli autonomisti un documento fondamentale di un moderno autonomismo europeista, antifascista e antitotalitario.
Tra la primavera e l’autunno del 1944 nacquero le cd. Repubbliche Partigiane, ossia zone liberate dall’occupazione nazi-fascista in Nord Italia. A Montefiorino, Carnia, in molte valli alpine e nell’ Alto Monferrato si svilupparono quelli che furono eventi simbolicamente rilevanti ma di breve durata. Si deve menzionare separatamente la Repubblica dell’Ossola, in quanto fu l’unica in grado, in poco più di un mese di vita, di affrontare non solo le contingenze imposte dal pressante stato di guerra, ma anche di darsi un’organizzazione articolata, con l’istituzione della Giunta provvisoria di Governo di Domodossola e della zona liberata (G.P.G.). Durante i seppur brevi Quaranta giorni di libertà si collaborò per redìgere riforme ad orientamento democratico, che sarebbero poi state d’ispirazione per la stesura della Costituzione italiana. Benché la fine fu analoga a tutte le altre, Aldo Moro disse che essa andava giudicata “come testimonianza e come simbolo della carica morale che animò la Resistenza italiana nelle sue più fulgide e genuine espressioni”.
Una città che fu interessata da eventi centrali della Guerra di Liberazione fu Torino, sin dalle fasi embrionali del fenomeno partigiano. A Palazzo Frichignono di Castellerngo, reso un albergo negli anni Venti dai coniugi Angiolina e Lorenzo Chiadò, si tennero le riunioni del CLN. Per bocca del senatore Pier Luigi Passoni, membro della resistenza piemontese, l’albergo Canelli in via San Dalmazzo 7: “divenne per un periodo notevole della lotta di resistenza la sede effettiva del movimento, da dove si irradiavano gli ordini, si smistavano i compiti, si seguiva ora per ora lo svolgimento dell’attività partigiana, perché là vi fu il recapito permanente dei capi al quale affluivano le staffette”.
Attenzionato dalla polizia per il via vai di persone, si rese necessario spostare la sede del CLN piemontese si scelse la conceria di proprietà di Sandro Fiorio, che dal 2003 ospita Fondazione “Piazza dei mestieri”. Obbligata a rifornire gli occupanti, i controlli per monitorare l’andamento della produzione erano frequenti e cinque perquisizioni si svolsero senza trovare nulla. Eppure c’era molto da trovare: lungi dall’essere solo una sede per riunioni, custodiva armi, era il luogo di diffusione del giornale “La Riscossa italiana” e di recapito di materiali e di denaro, luogo deputato per conservare il tesoro della IV Armata italiana. Fu anche un vitale snodo di radio clandestine, indispensabili per apprendere i bisogni delle formazioni partigiane piemontesi, per collegarsi con la Valtournanche e la Svizzera, e per gestire operazioni come la missione “Glass and Cross” e la “missione Stella”.
Nella conceria si formò anche il gruppo denominato “La Mole”, costituito da Fiorio, Garavelli, De Rege e quelli più legati alla vita della conceria. Il gruppo “La Mole” era predisposto all’esecuzione di tutti i compiti operativi che il CLN gli affidava. Erano gli uomini di punta non delle formazioni Garibaldi, Matteotti, GL o Autonome, ma direttamente del CLN.
Nel febbraio 1945 Sandro Fiorio si recò in missione a Roma con un duplice scopo: ottenere finanziamenti per il CLN e ristabilire buoni rapporti tra il CLNAI e le istituzioni romane, poiché nel CLNAI, a causa della sfiducia nel governo di Roma, facevano capolino aspirazioni autonomistiche e “governative”. Fiorio rimase un mese a Roma, in cui incontrò anche Umberto di Savoia, poi rientrò al Nord con i soldi e con il Sottosegretario alle Terre Occupate Aldobrando Medici Tornaquinci che riuscì a ricomporre la frattura tra CLNAI e governo. Il Sottosegretario e Fiorio portarono con loro anche la bandiera che venne nascosta nella conceria.
All’indomani del 25 aprile 1945 si svolse l’insurrezione partigiana a Torino. Con le Squadre di azione patriottica (SAP) e i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) che riuscirono a reggere l’urto delle forze tedesche in periferia, in città gli scontri si sviluppano intorno alle fabbriche, con gli stabilimenti Fiant rioccupati e quelli della Lancia ancora in mano agli insorti sul far della sera. Il 26 tedeschi e fascisti, asserragliati nel centro città ed impossibilitati a riprenderne il controllo, scelgono la via diplomatica per prendere tempo. Nella notte tra il 27 ed il 28 aprile, consapevoli di non poter più resistere, forzarono i blocchi partigiani e si diressero verso Chivasso. Il 28 aprile il CLN assunse il controllo della città, insediandosi in Prefettura e nominando le nuove autorità. Secondo i dati della Croce Rossa, l’Insurrezione di Torino causò oltre 800 morti e circa 1.000 feriti tra partigiani, miliziani e popolazione civile. Tra questi la trentacinquenne staffetta partigiana Liberina Lucca, perita nell’androne del Palazzo Frichignono di Castellerngo. Quel giorno, all’interno di quello che era il salone del ristorante, la lapide commemorativa fu affissa per ricordare che “Qui maturò per l’infaticabile e difficile attività dei membri del CLN e del Partito Socialista di Unità Proletaria l’insurrezione piemontese“.
A simboleggiare la riconquistata liberazione, Sandro Fiorio fece issare la bandiera tricolore portata da Roma sul pennone della conceria il 28 aprile 1945, che oggi è conservata all’Altare della Patria.




