di Chiara Bazzano
La netta vittoria di Tisza, partito di centrodestra guidato da Peter Magyar, nato appena due anni fa e dall’impronta marcatamente europeista, ha chiuso un ciclo politico che sembrava interminabile per l’Ungheria. Viktor Orbán, l’uomo che nell’arco di sedici anni ha trasformato il Paese nel più evidente esempio europeo di “democrazia illiberale” ha dovuto ammettere la disfatta e cedere il testimone al figliol prodigo Magyar, cresciuto tra le fila di Fidesz. .
La forza simbolica del risultato si è vista tramite i festeggiamenti, con migliaia di persone che si sono riversate nella capitale e nei principali centri del paese per festeggiare fino a tarda notte tra cori, musica e cortei. Più che un successo di partito, si è avvertita la sensazione di assistere alla fine di una vera e propria epoca politica.
Ma cullarsi sugli allori sarebbe un errore. La sconfitta di Orbán non cancella automaticamente le fondamenta che il suo governo ha costruito in sedici anni; Magyar eredita un Paese fortemente plasmato dall’orbánismo, con una magistratura e un apparato statale segnati dalle riforme di Fidesz e un ecosistema mediatico monocorde e disabituato al contraddittorio.
Eppure l’Ungheria non è il primo paese europeo che negli ultimi anni si trova ad affrontare una transizione simile. La Polonia ha attraversato una fase simile nel 2023, con il passaggio dal governo di Mateusz Morawiecki e del PiS, forza nazional-conservatore e populista, a quello di Donald Tusk e della Coalizione Civica, partito europeista e centrista. Anche il ricercatore ungherese che abbiamo intervistato nell’articolo precedente aveva evocato un parallelo tra Magyar e Tusk, che non equivale ad affermare che i due leader siano affini, ma che entrambi si siano trovati a dover smontare un sistema di controllo politico stratificato e radicato nei gangli più profondi della governance del Paese. Guardare all’esperienza polacca, con le dovute proporzioni, potrebbe quindi offrire qualche spunto di riflessione sul futuro del contesto politico ungherese.
In primis, né Magyar né Tusk incarnano il ritorno della sinistra, e ancor meno quello di outsider radicali pronti a offrire una rivoluzione. La loro forza politica, invece, sta nell’aver captato il bisogno di uscire da una lunga stagione illiberale senza trasformare la transizione in una rottura traumatica. Entrambi riescono a parlare a un elettorato moderato e stanco del conflitto con l’Europa ma non ancora disposto a riconoscersi in forze ideologicamente distanti.
Anche nel fare ciò, però, le difficoltà non mancano. Fin dai primi mesi, il primo ministro Tusk si è scontrato con l’ex presidente Andrzej Duda (anche lui del PiS), che ha ostacolato riforme chiave sfruttando il fatto che la coalizione di governo non disponesse dei numeri necessari per superare i suoi veti presidenziali. Tra i tanti episodi, Duda ha bloccato i finanziamenti statali per i media pubblici, costringendo il governo a mettere diverse società in liquidazione per provare a ristrutturarle. Sul fronte della giustizia, il tentativo del nuovo governo di ridisegnare il Consiglio della magistratura e toccare lo status dei cosiddetti “neo-judges”, cioè giudici nominati attraverso procedure illegittime, nonostante il sostegno da parte della Commissione europea, si è rivelato estremamente complicato.
Gli ostacoli si sono accentuati dalla nomina, nell’estate 2025, del presidente Karol Nawrocki, che ha già usato il potere di veto contro diverse iniziative del governo Tusk, compresa la legge che avrebbe permesso a Varsavia di accedere più facilmente ai prestiti europei SAFE per la difesa. La sua elezione, arrivata dopo la sconfitta di Rafał Trzaskowski, ha confermato, seppur con alcune sfumature, la frattura tra una Polonia urbana e filoeuropea e una Polonia rurale più conservatrice e orientata a rallentare il processo di riforma.
Tuttavia sarebbe sbagliato leggere l’esperienza polacca come un caso di fallimento: Tusk è riuscito a cambiare il tono politico del paese, a ricucire il rapporto con Bruxelles e a riportare Varsavia al centro dell’attenzione del dibattito e della politica europea. La Commissione ha riconosciuto gli impegni del nuovo governo sulla rule of law, sbloccando fino a 137 miliardi di euro di fondi europei e avviando la chiusura della procedura dell’articolo 7 contro Varsavia. Inoltre, la Polonia è tornata a occupare un ruolo centrale nella risposta europea alla guerra in Ucraina, e nel World Press Freedom Index 2025 di RSF, il paese è risalito al 31° posto.
Alla luce della vittoria di Tisza, è lecito chiedersi cosa succede a un paese quando il suo leader cade ma resta in piedi il sistema da lui costruito. La Polonia offre, da questo punto di vista, una risposta molto chiara: ne resta moltissimo, tra reti di fedeltà, apparati amministrativi, media, cultura politica e norme e prassi modellate per asservire l’apparato governativo. Un ritorno alla normalità, intesa come piena riacquisizione dell’equilibrio democratico, non può di certo avvenire in tempi brevi, almeno non prima di una fase intermedia in cui si cerca di convivere con i residui del sistema precedente.
Budapest, insieme a tutta l’Europa, farebbe bene osservare Varsavia come un’esperienza su cui riflettere e da cui apprendere. La vittoria elettorale di Tisza può rappresentare il punto di partenza, non certo il traguardo di un processo di cambiamento che richiede strenua pazienza, capacità di negoziazione e volontà politica.




