Giganti d’Europa – Charles de Gaulle

di Giorgio Firera

Per chi è appassionato di Seconda Guerra Mondiale, la Campagna di Francia ha quell’innegabile fascino che la guerra ha per chi non l’ha mai vissuta. Tra il 10 maggio e il 25 giugno 1940 la Wehrmacht riuscì a conquistare buona parte dell’Europa Occidentale, prendendo di sorpresa tanto gli Alleati quanto l’Italia, spingendo quest’ultima a dichiarare precipitosamente guerra per poter prendere posto al tavolo della pace.

Il salvataggio del British Expeditionary Force poteva essere derubricato ad un piccolo inciampo in una corsa a Parigi indiscutibilmente vittoriosa, coronata dalla richiesta di cessate il fuoco avanzata dal Maresciallo Philippe Pétain, il Leone di Verdun. 

Chiunque, in quel momento, avrebbe dato a buon titolo per sconfitta la Terza Repubblica Francese, ma la sera del giorno seguente alla resa del governo, una voce da oltremanica risuonò.  Il 18 giugno 1940 Radio Londra, sulle onde della BBC, si udì la voce del generale di brigata di fresca nomina Charles de Gaulle, da pochi giorni prestato alla politica. Pur ammettendo la sconfitta nella campagna di Francia De Gaulle richiamava i compatrioti nel continente alla resistenza, faccendo entrare il termine nel vocabolario politico del XX secolo con quello che divenne noto come l’Appello del 18 giugno. L’Appello costituì l’atto fondativo della Francia Libera, la Francia che combatté il nazismo, senza scendere a compromessi.

Terminato la guerra, De Gaulle annunciò al popolo francese un referendum per eleggere un’Assemblea e, in secondo luogo, stabilire se si sarebbe trattato di un’Assemblea costituente, implicando l’abbandono della Terza Repubblica, come il generale e i partiti politici desideravano. Da Presidente del Governo Provvisorio entrò in disaccordo con l’ Assemblea Costituente sul concetto di Stato e sul ruolo dei partiti politici, portandolo alle dimissioni il 26 gennaio 1946. Il 16 giugno 1946 tenne a Bayeux un discorso che criticò il sistema politico inaugurato con la Quarta Repubblica, ma venendo accolto dall’indifferenza popolare e tacciato di cesarismo da parte della sinistra francese. 

Dal 1947 fondò il Raggruppamento del Popolo Francese (RPF) che adottò i temi della destra più tradizionale: ultraconservatorismo coloniale, un virulento anticomunismo e promuovere una nuova riforma costituzionale che rafforzasse il potere esecutivo. Nonostante un iniziale successo elettorale nel 1947, seguì il periodo del famigerato “esilio”, poiché le azioni del governo riuscirono a tenere fuori dal governo tanto il partito comunista quanto i gollisti, che sembrarono sempre meno necessari a conservatori, moderati e imprenditori.

Ritiratosi a vita privata in seguito alla sconfitta elettorale del 1953, fu la rabbia del popolo per la Questione Algerina a farlo tornare in campo, con l’intenzione di attuare la riforma che aveva immaginato durante la sua prima presidenza e delineato a Bayeux nel 1946. 

Il referendum del 1958 non riguardò solo la Costituzione, ma per il generale fu un mezzo per riaffermare la propria legittimità e chiamare alla coesione nazionale. Nella Francia metropolitana, gli elettori furono chiamati a votare per una Costituzione e alle colonie il generale offrì l’indipendenza o l’adesione alla Francia. Vista con gli occhi moderni, in tutto l’Impero gli elettori furono chiamati a votare a favore o contro uno dei grandi uomini della nazione. De Gaulle si usò come anello di congiunzione tra questi due elettorati divisi e garantì la sua vittoria nel referendum perché, come recita il motto del Pantheon, ” Ai grandi uomini, la nazione riconoscente“.  

I Gollisti prevalsero alle elezioni di quell’anno e l’ex generale fu eletto Presidente della Repubblica. Rifiutando il dominio sia degli Stati Uniti che dell’URSS, sostenne una Francia indipendente, forte dello status di potenza nucleare. Dal settembre 1959, probabilmente comprendendo che l’era degli imperi coloniali era terminata, promosse l’autodeterminazione per l’Algeria e per i Paesi dell’impero, perseguendo lo scopo di insediare un’amministrazione volta a difendere gli interessi politici ed economici della Francia. A riprova di ciò, non prese posizione sui successivi colpi di stato, ma fornì sostegno ai regimi al potere quando lo ritenne necessario, intervenendo con truppe francesi in Gabon nel 1964 e in Ciad nel 1968. Questa linea lo portò a dover schiacciare il Putsch dei generali ad Algeri nell’Aprile 1961 e a subire una serie di attentati dai gruppi nazionalisti, tra cui quelli di Pont-sur-Seine e Petit-Clamart.

Libero dal conflitto in Algeria, si relazionò da nazionalista con la Comunità Economica Europea; l’idea di una “Europa delle patrie” condivisa dal generale favoriva fortemente una versione intergovernativa dell’integrazione europea e tendeva a limitare il potenziale sovranazionale di competenze, procedure e istituzioni. Sebbene ostile a tendenze sovranazionali o “federali”, in quanto in contrasto con la sua idea di sempiterna grandeur francese, De Gaulle vide nell’integrazione europea una possibile sponda per contrastare l’egemonia statunitense in Europa. Era conscio del cambiamento che la Seconda Guerra Mondiale aveva imposto all’Europa, essendo stato presente in prima persona, da motore del Mondo a terreno di scontro e di confine tre le superpotenze.

Nel 1960 istituì una commissione per l’elaborazione di una “Unione politica”, che avrebbe dovuto coesistere con la CEE e fornire uno spazio per l’affermazione di un’Europa autonoma dagli Stati uniti. Negli intenti del generale avrebbe dovuto essere pienamente intergovernativa, basata sull’unanimità degli stati, con proprie istituzioni e volta ad occuparsi di politica estera. Il “piano Fouchet” venne accantonato nel 1962 in seguito alla reazione dei paesi del Benelux, che vi videro un rischio di egemonia franco-tedesca e di ritiro dalla NATO.

La tensione tra la Francia di De Gaulle e la Commissione della CEE aumentò nel 1965. In quell’anno, il trattato di fusione compattò gli organi delle tre comunità europee, la CEE, la CECA e Euratom, aumentando il potere della Commissione, la quale ora aveva competenze molto più ampie. Inoltre, secondo l’articolo 149 del trattato di Roma, dal 1966 la terza fase del periodo transitorio di creazione del mercato comune avrebbe avuto inizio, il consiglio dei ministri della CEE avrebbe iniziato la propria graduale transizione verso un più frequente uso della maggioranza qualificata: la tendenza verso un assetto più “federale” si stava dunque rafforzando a scapito dei piani di De Gaulle. 

Il punto di rottura venne raggiunto quando la Commissione guidata da Walter Hallstein, propose un nuovo sistema di finanziamento della politica agricola comune. All’interno di questa proposta, la Commissione prevedeva la creazione di “risorse proprie” per la CEE, che l’avrebbero resa meno dipendente dalla volontà degli stati membri, un ruolo per il Parlamento europeo nella stesura del bilancio e l’introduzione del voto a maggioranza qualificata, come previsto dal Trattato di Roma. 

Vista la difficoltà di giungere a un compromesso tra la Francia, la Commissione e gli altri stati membri, il 30 giugno 1965 De Gaulle decise di boicottare le attività della CEE in segno di protesta, attuando la cosiddetta politica della “sedia vuota”. Benché in termini giuridici ciò non avesse la capacità di fermare le decisioni della comunità, il peso politico del gesto fu tale da impedire ai governi degli stati membri e la Commissione di proseguire i lavori.

Forti pressioni da parte dei settori industriali e agricoli e il timore di lasciare l’egemonia sulla CEE alla Germania forzarono l’ex generale a cercare un accordo con gli altri stati membri. Il Compromesso di Lussemburgo che si raggiunse non era la modifica ai trattati auspicata dalla Francia, ma un “accordo fra gentiluomini” che salvava la faccia alla CEE, ma che consisteva una netta vittoria francese. Si previde la possibilità di un rinvio dell’adozione a maggioranza qualificata di una delibera del Consiglio nel caso in cui uno Stato membro invocasse il pregiudizio di “propri interessi molto importanti“. Interpretato come un diritto di veto, il Compromesso di Lussemburgo ha per lungo tempo impedito che si procedesse a maggioranza qualificata anche nei casi in cui essa era prevista dai Trattati. Di fatto venne mantenuto il voto all’unanimità ogni qual volta uno Stato membro riteneva minacciato un proprio interesse vitale.

Se da un lato non era interessato a vedere un rafforzamento delle istituzioni europee, dall’altro fu promotore di una politica di riavvicinamento con la Germania, da leggersi più nel tentativo di perseguire un’autonomia strategica dell’Europa occidentale. 

Si può leggere in tale ottica il veto imposto sia nel 1963 che nel 1967 all’ingresso del Regno Unito nella CEE. Se da un lato scongiurava l’ingresso di un terzo squalo nello sagno europeo, dall’altro De Gaulle disapprovava il rapporto privilegiato tra il Regno Unito e gli Stati Uniti sin dalla guerra, così come la preferenza economica imperialista che esisteva tra il UK e gli stati del Commonwealth. In altre parole vedeva come indesiderabile l’ingresso di un tale “cavallo di Troia statunitense”. Con gli USA fu certamente il rapporto più problematico, poiché se sostenne sempre durante le crisi del blocco di Berlino e dei missili di Cuba, quando furono gli statunitensi ad alimentare le tensioni, de Gaulle prese pubblicamente le distanze. Condannò già nel 1964 gli aiuti militari forniti dagli Stati Uniti alla Repubblica del Vietnam, così come la risposta israeliana al blocco dello Stretto di Tiran da parte dell’Egitto, e istituì un blocco militare contro Israele durante la Guerra dei Sei Giorni. Prese una delle sue decisioni più controverse nel 1966 ritirando la Francia dal comando militare integrato della NATO ed espellendo le basi americane dal suo territorio.

Le proteste in Francia del Maggio 1968 culminate in uno sciopero generale che paralizzò il governo per tutto il mese colsero alla sprovvista il generale che non sembrò capire. Indifferente alle rivendicazioni degli studenti e alla “crisi di civiltà che esse rivelavano, la considerò una sfida all’autorità dello Stato che doveva essere fermata immediatamente. Nei primi giorni di maggio, le sue uniche istruzioni furono di reprimere brutalmente le manifestazioni studentesche, contro il parere di diversi suoi ministri che raccomandavano la politica di appeasement. Promise riforme e indi elezioni anticipate per quello stesso giugno e, pur uscendone virtualmente vincitore, erano mutati i rapporti di forza.

L’Assemblea nazionale, benché più orientata a destra, era anche titubante riguardo alle riforme promosse dal generale de Gaulle e la destituzione del vero vincitore della crisi, il Primo Ministro Pompidou, gli conferiva la carica di potenziale successore per il Presidente, ora non più insostituibile.

Fu nell’aprile 1969 che si concluse la carriera politica del generale, con un referendum, esattamente come era iniziata. Vedendo respinta a sorpresa dal popolo la sua proposta di riforma del Senato e di regionalizzazione dello Stato, con un laconico comunicato annunciava le sue dimissioni il 28 aprile 1969, morendo l’anno seguente.

Al termine di questa disamina è difficile dare un parere netto sul Presidente Francese: per i suoi sostenitori fu un eroe nazionale, capace di unire autorità e democrazia, e di traghettare la Francia dalla Quarta alla Quinta Repubblica senza abdicare ai principi repubblicani. Per i suoi detrattori, sin dai giorni della Francia Libera, egli non era altro che un “apprendista dittatore” che fu incapace di accettare che per la Frania, come per il resto d’Europa, il tempo di fare la storia era finito. Fu uno strenuo oppositore di tutti gli organismi sovranazionali in grado di limitare la propria sovranità, dall’ONU alla CEE, e si oppose alla divisione del Mondo nei due blocchi, pur sostenendo gli USA quando erano questi ad essere aggrediti e non aggressori.

 

Archives

At vero eos et accusamus et iusto odio digni goikussimos ducimus qui to bonfo blanditiis praese. Ntium voluum deleniti atque.

Melbourne, Australia
(Sat - Thursday)
(10am - 05 pm)