di Chiara Bazzano
Il ritorno del nucleare nel dibattito pubblico italiano ha riportato in primo piano una domanda che continua a dividere: il nucleare può essere definito una fonte rinnovabile? La risposta scientifica è piuttosto chiara. Sul piano politico, invece, la discussione resta aperta, perché dietro quella definizione si giocano scelte energetiche, interessi economici e diverse idee di transizione ecologica.
Le centrali nucleari, comprese quelle di nuova generazione, utilizzano infatti uranio, una risorsa finita che deve essere estratta, lavorata e arricchita, il contrario di sole e vento, che si rigenerano spontaneamente. Un equivoco frequente riguarda il rapporto tra nucleare e cambiamento climatico. Il nucleare viene spesso definito una fonte “verde” perché durante il funzionamento delle centrali produce emissioni di CO₂ molto basse. Il dato è corretto: secondo l’IPCC, considerando l’intero ciclo di vita, il nucleare presenta emissioni comparabili a quelle dell’eolico e inferiori a quelle del fotovoltaico. Basse emissioni, però, non significano automaticamente fonte rinnovabile. Si tratta di due classificazioni diverse, che descrivono caratteristiche differenti.
C’è poi il tema delle scorie radioattive, che nessun Paese ha ancora risolto attraverso un deposito geologico definitivo. In Italia il problema ha un volto concreto e vicino a noi: a Trino Vercellese, ad esempio, la questione dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi della vecchia centrale è tutt’altro che archiviata, come viene raccontato in un altro nostro articolo.
Detto questo, va anche ricordato che nessuna fonte energetica è del tutto priva di impatti. Lo stesso fotovoltaico, spesso presentato come soluzione senza controindicazioni, comporta un consumo di suolo non trascurabile quando installato a terra su larga scala, oltre a questioni legate allo smaltimento dei pannelli a fine vita e all’estrazione dei materiali necessari a produrli. Anche l’eolico, soprattutto nelle installazioni di grandi dimensioni, solleva discussioni sull’impatto paesaggistico e sulla tutela di aree di pregio naturalistico, un tema che negli ultimi anni ha alimentato non pochi conflitti locali, anche in Piemonte. È proprio su questo terreno che alcuni sostenitori del nucleare basano un altro argomento a suo favore: a parità di energia prodotta, una centrale occupa una superficie molto più contenuta rispetto a un parco eolico o fotovoltaico di potenza equivalente, un vantaggio non da poco in un Paese dove il consumo di suolo è già un tema sensibile. Non è un caso che l’ambientalismo stesso non sia un fronte compatto: c’è chi dà priorità assoluta alla decarbonizzazione e considera secondario il consumo di territorio, e chi invece pone la tutela del paesaggio e della biodiversità come limite non negoziabile anche per gli impianti rinnovabili. Le due sensibilità, entrambe legittime, non sempre trovano un punto di sintesi facile.
Tornando al nucleare, il nodo più discusso riguarda la sua compatibilità tecnica con un sistema sempre più basato su rinnovabili intermittenti. Le centrali sono progettate per una produzione continua e costante (il cosiddetto baseload): una volta avviate, non si adattano con la stessa rapidità alle oscillazioni di sole e vento. Per una parte degli esperti, questa rigidità rappresenta un limite in un sistema che richiede sempre più flessibilità; per altri, resta comunque un valore poter contare su una fonte stabile e programmabile, che non dipende dalle condizioni meteorologiche né dall’ora del giorno.
Su questo si è confrontato pubblicamente il fisico Giorgio Parisi, secondo cui un contributo nucleare significativo in Italia difficilmente arriverebbe prima di vent’anni, tempo entro cui le rinnovabili potrebbero aver già ridotto la sua convenienza economica. Di segno diverso la posizione di Giuseppe Zollino, docente di Tecnica ed Economia dell’Energia all’Università di Padova: secondo i suoi modelli, integrare tra 10 e 25 GW di nucleare con le rinnovabili potrebbe ridurre il costo complessivo del sistema elettrico, offrendo una fonte stabile capace di limitare il ricorso al gas e rafforzare l’autonomia energetica del Paese, un tema tornato centrale dopo la crisi energetica degli ultimi anni. I sostenitori del nucleare ricordano inoltre che una centrale lavora mediamente oltre il 90% delle ore dell’anno, mentre fotovoltaico ed eolico dipendono inevitabilmente dalle condizioni meteorologiche, e che questa continuità potrebbe ridurre la necessità di costruire e mantenere impianti a gas per coprire i momenti di scarsa produzione rinnovabile.
Su questo punto si concentra uno dei principali confronti tra favorevoli e contrari. Alcune analisi ritengono che le simulazioni più ottimistiche sottostimino i costi reali osservati nei cantieri occidentali. I casi di Olkiluoto in Finlandia, Flamanville in Francia e Hinkley Point C nel Regno Unito mostrano infatti ritardi consistenti e costi finali molto superiori alle previsioni iniziali. Dall’altra parte, chi sostiene il nucleare osserva che questi impianti appartengono a una generazione progettata molti anni fa e che le future tecnologie, in particolare gli Small Modular Reactor (SMR), potrebbero ridurre tempi, costi e complessità costruttiva. Su questo punto, tuttavia, le evidenze sono ancora limitate: dei 127 progetti SMR censiti nel mondo, soltanto sette risultano oggi operativi o in costruzione.
Nel frattempo anche il quadro europeo continua a evolversi. Nel 2023 il nucleare ha prodotto il 22,8% dell’elettricità dell’Unione europea, mentre la Commissione stima una riduzione della quota intorno al 15% entro il 2050. Parallelamente, l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che le fonti rinnovabili possano arrivare a coprire circa il 90% della produzione elettrica mondiale. Il confronto riguarda soprattutto il restante 10%: per alcuni sarà sufficiente ricorrere ad accumuli, reti più efficienti e gestione della domanda; per altri continuerà a essere necessario disporre anche di una quota di produzione nucleare.
In questo contesto il Governo italiano ha scelto di rilanciare l’atomo. è stato approvato il disegno di legge delega, con una strategia incentrata sugli Small Modular Reactor (SMR), l’ingresso nella European Nuclear Alliance e la nascita di Nuclitalia (Enel-Ansaldo Energia-Leonardo). L’obiettivo dichiarato è avviare il primo reattore tra il 2033 e il 2034, con una quota del 10-15% del mix energetico entro il 2040.
Restano, però, alcuni interrogativi aperti: l’Italia non ha ancora individuato il sito per il deposito nazionale delle scorie, dossier aperto da oltre quindici anni, e gli SMR (pur indicati come tecnologia promettente) sono ancora in una fase iniziale di sviluppo, con solo 7 progetti in costruzione o operativi su 127 censiti nel mondo.
Più che uno scontro tra favorevoli e contrari, quello sul nucleare è quindi un confronto tra diverse idee di transizione energetica. Tutti condividono l’obiettivo della decarbonizzazione; cambiano invece gli strumenti ritenuti più efficaci per raggiungerla. Alcuni immaginano un sistema quasi interamente fondato sulle fonti rinnovabili, integrate da accumuli e reti intelligenti. Altri ritengono che una quota di produzione nucleare possa contribuire a garantire sicurezza energetica, stabilità della rete e riduzione delle emissioni.
In ogni caso, ogni fonte energetica comporta scelte, compromessi e impatti da valutare nel loro insieme. La domanda più utile, forse, non è quale tecnologia sia perfetta in assoluto, ma quale mix, con quali tempi, quali costi e quali impatti sul territorio, sia realisticamente sostenibile per l’Italia nei prossimi decenni.




