Dieci anni dopo, quanto è costata la Brexit?

di Chiara Bazzano

Quando il 23 giugno 2016 il 51,9% degli elettori britannici votò per lasciare l’Unione europea, lo scenario immaginato dai sostenitori era più che promettente: più libertà, più ricchezza e più sovranità. Dieci anni dopo, il Regno Unito si è svegliato senza un primo ministro in carica. Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni il 22 giugno, dopo una pesante sconfitta alle elezioni locali di maggio e una fronda interna al Labour ormai senza margini di rientro. Resterà a Downing Street solo per la gestione ordinaria, mentre il partito apre la corsa alla leadership il 9 luglio: il favorito, quasi un dato di fatto, è Andy Burnham, sindaco uscente di Manchester.

 

Secondo il National Bureau of Economic Research, il PIL britannico si trova oggi tra il 6% e l’8% inferiore rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nel mercato unico. Un divario ben più ampio delle stime che nel 2016 i sostenitori della Brexit liquidavano con sarcasmo come Project Fear: propaganda, terrorismo psicologico, allarmismo.
Secondo il Centre for European Reform, infatti, la perdita di PIL accumulata dall’economia britannica dall’uscita dall’UE equivale a circa 130 miliardi di sterline.

Come ha documentato il Decision Maker Panel del King’s College, gli effetti economici della Brexit non si sono manifestati in modo improvviso. Si sono accumulati gradualmente, mentre imprese e catene di approvvigionamento si adattavano a barriere commerciali crescenti e costi amministrativi sempre più alti. L’Office for Budget Responsibility, l’organismo indipendente incaricato di vigilare sui conti pubblici britannici, stima che nel lungo periodo l’uscita dal mercato unico comporterà una riduzione strutturale della produttività pari al 4%.
Anche gli scambi con l’Unione europea, che per oltre quarant’anni è stata il principale partner commerciale del Regno Unito, risultano inferiori di circa il 15% rispetto ai livelli attesi. E nel frattempo, gli investimenti delle imprese sono diminuiti tra il 12% e il 18%, mentre l’occupazione risulta inferiore del 3-4%.

Tra i settori più colpiti figura quello ittico, uno dei simboli della campagna per il Leave: le esportazioni di prodotti della pesca risultano inferiori di circa il 25% rispetto ai livelli del 2019.
Anche l’agroalimentare ha subito diverse penalizzazioni. L’accordo commerciale del 2020 ha mantenuto l’assenza di dazi, ma non ha evitato l’emergere di nuovi ostacoli burocratici e regolamentari che hanno appesantito l’attività delle imprese, aumentando costi e complessità operative.

E come si lega tutto ciò all’Italia? Per il Bel Paese, il Regno Unito ha rappresentato per decenni uno dei principali mercati di sbocco del Made in Italy: vino, agroalimentare, moda e meccanica hanno beneficiato a lungo di una domanda britannica storicamente favorevole ai prodotti italiani, e che oggi risulta più complessa e costosa da servire.
Il risultato è visibile nella quota dell’export italiano destinata al Regno Unito, passata da oltre il 5% del periodo pre-Brexit al 3,9% attuale. Una flessione che, tradotta in valore assoluto, equivale a miliardi di euro di scambi mancati o dirottati verso altri mercati. Non sorprende quindi che il Piano d’Azione per l’export italiano insista sempre più sulla diversificazione geografica. Londra rimane un partner commerciale di primo piano, ma non rappresenta più il punto di riferimento che era all’interno del mercato unico.

Ma il lascito della Brexit non si misura soltanto nei dati economici: la politica britannica stessa non si mostra capace di archiviare la questione. Sei primi ministri si sono succeduti dal 2016, e con le recenti dimissioni di Starmer, il conto sale a sette. Ciascuno ha cercato una formula diversa per gestire il rapporto con l’Europa, e ciascuno, alla fine, ne è stato in parte travolto.
Lo stesso Starmer, prima di lasciare, aveva ammesso che la Brexit aveva reso il Regno Unito “più povero e più debole”, una dichiarazione impensabile per un capo di governo britannico fino a pochi anni fa. Eppure il suo “EU Reset Bill” si era fermato a un orizzonte modesto: secondo il Centre for European Reform, un recupero tra lo 0,3% e lo 0,7% del PIL.

Il suo successore designato parte da una posizione diversa. Burnham viene descritto dalla stampa internazionale come il candidato più europeista che si sia profilato a Westminster dal referendum. Negli ultimi giorni, gruppi imprenditoriali britannici lo stanno pubblicamente esortando a spingersi oltre il semplice “reset”: un nuovo studio commissionato dalla campagna Best for Britain, condotto da Frontier Economics, stima che un rientro nell’Unione europea potrebbe aggiungere almeno 92 miliardi di sterline all’economia britannica e recuperare fino al 90% del danno calcolato dall’OBR.

 

Resta da vedere quanto di questa ambizione sopravviverà al passaggio da sindaco a primo ministro, e quanto il Labour, già logorato da due anni di governo difficile, sia disposto a rischiare riaprendo proprio la ferita che ha consumato sei leader in dieci anni. 

Tuttavia, come ha osservato il think tank UK in a Changing Europe nel suo rapporto pubblicato per il decennale del referendum, il Regno Unito non ha vissuto una crisi economica nel senso tradizionale del termine: l’economia ha continuato a crescere, la disoccupazione è rimasta relativamente bassa e molte imprese si sono adattate. Dieci anni dopo, la Brexit appare meno come una storia di sovranità riconquistata e più come la dimostrazione di quanto sia complesso separare economie e istituzioni che per oltre quarant’anni avevano costruito legami profondi.

 

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