Decennale della Brexit: UE e Uk tentano il riavvicinamento

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di Giorgio Firera

Il rapporto tra l’Europa continentale e la Gran Bretagna è sempre stato a dir poco ondivago. L’ex Primo Ministro laburista Tony Blair spiegò l’inconciliabilità dei rispettivi interessi dichiarando che non cooperare con il continente avrebbe portato all’isolamento, ma che sarebbe stato tacciato di tradimento chiunque l’avesse fatto.
La reticenza a cedere la propria sovranità ha fatto sì che il Regno Unito mantenesse per lungo tempo le distanze dal processo di integrazione europea, per poi vedersi opporre il veto dal Presidente De Gaulle nel 1963 e 1967, quando tentò di aderire alle Comunità economiche. Solo dopo la fine dell’epopea del generale francese, il governo di Edward Heath condusse la Gran Bretagna nella CEE, accettando pienamente l’acquis communautaire.

L’adesione del 1973 alimentò l’opposizione antieuropeista e nelle elezioni del 1974 il partito conservatore perse la maggioranza a favore dei laburisti di Harold Wilson, pronti a rinegoziare l’adesione alla CEE e a indire il referendum popolare. Il primo referendum europeo tenutosi l’anno seguente vide la netta maggioranza del 67% dei sì, ma non sancì la fine delle tensioni. L’ascesa della Lady di Ferro vide il ritorno di una corrente europeista al governo e, fedele al suo credo liberista, la Signora Thatcher si impegnò per l’Atto unico nel 1986. L’apparente inversione della Prime Minister giunse con il discorso di Bruges del settembre 1988 che divenne il manifesto dell’euroscetticismo contemporaneo. La Thatcher negò l’identificazione tra identità europea e Comunità, ispirando il Gruppo di Bruges, costituito nel febbraio 1989, e una nuova generazione di politici conservatori, dichiaratamente euroscettici. Costoro non mirarono all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, ma a contenere il potere delle istituzioni europee e i progetti in essere, spingendo per e ottenendo l’esenzione del Regno Unito dai progetti di Unione economica e monetaria e dalla Carta sociale europea. Maturò così la convinzione del mondo politico britannico che trarre i benefici economici, senza alcuna cessione di sovranità, fossero obiettivi perfettamente compatibili e raggiungibili.

La svolta si ebbe con la conversione europeista del partito laburista di Neil Kinnock, John Smith e infine Tony Blair. Per 3 anni, dopo il trionfo elettorale del 1997, quest’ultimo fu un convincente ‘mister Europe’ pronto a firmare la Carta sociale europea e ad assumere un ruolo propositivo nella stesura dell’agenda di Lisbona. In quegli anni nascevano anche i primi partiti euroscettici, l’Anti-federalist league, poi UK Independence Party, la cui popolarità sarebbe cresciuta esponenzialmente negli anni Duemila dopo l’elezione alla leadership di Nigel Farage. Con la crescente avversione pubblica verso la complessità legislativa e politica del progetto costituzionale europeo introdotta dai Trattati di Amsterdam e Lisbona, crebbe nel partito conservatore l’ala euroscettica, così come anche l’ipotesi di lasciare la UE. Nel 2014, quasi 10 anni dopo l’osservazione di Blair sulla perdurante tensione tra europeizzazione e preminenza dell’interesse nazionale britannico, il conservatore David Cameron per placare l’ala euroscettica del suo partito indisse il  referendum popolare sul rapporto con l’Europa, pur pronunciandosi per il  Remain. Il 23 giugno del 2016 il referendum premiò il Leave con il 51,9%, con la Scozia e l’Irlanda del Nord schierate apertamente per il Remain, risultato che mise in evidenza marcate le differenze regionali, culturali e sociali della base elettorale a favore o contro l’appartenenza europea.

Dopo le dimissioni di Cameron fu il Governo di Theresa May a dover condurre su acque inesplorate la Gran Bretagna. Invocò l’articolo 50 del trattato di Lisbona per dare inizio al negoziato, nominando 3 Brexiteer nel proprio gabinetto: David Davis, fautore dichiarato del Leave, Liam Fox, precedentemente segretario alla Difesa e Boris Johnson, già sindaco di Londra, dichiarato euroscettico e asceso al ruolo di ministro degli Esteri.
Seguirono due anni di sfibranti negoziati tra le parti, con il Governo britannico incapace di raggiungere un accordo con l’Unione e titubante nel lasciare il tavolo e procedere senza accordo, con una “hard brexit”. Dopo ripetuti fallimenti, la May si dimise nel luglio 2019 e Boris Johnson le succedette, promettendo di “completare la Brexit” a tutti i costi. Nel mese di ottobre 2019, Johnson raggiunse un accordo con l’Unione Europea prevedendo il Protocollo dell’Irlanda del Nord per evitare una frontiera fisica con il resto dell’isola.

Nel marzo 2020 il Regno Unito fu colpito dalla pandemia di Covid-19, la cui gestione iniziale fu ritenuta confusionaria, e a partire dal febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, si promossero consistenti invii di armi a Kiev.
Ad inizio luglio 2022, per una serie di scandali, in quarantottore il Governo vide venir meno l’appoggio di cinquanta deputati Tory. Alla più repentina emorragia di ministri della storia britannica seguirono le dimissioni dello stesso Jhonson. Alla guida del Partito Conservatore gli successero Liz Truss e, dopo pochi mesi , Rishi Sunak, che si rivelarono incapaci nell’evitare la debacle elettorale del 2024, da cui emersero vincitori, dopo quattordici anni, i Laburisti. 

Finora, in politica estera il Governo Starmer ha tenuto rapporti più distesi con l’Unione Europea e in politica interna ha dato maggiori poteri ai sindacati, ultimato la riforma degli enti locali, nazionalizzato le ferrovie e creato un’azienda energetica statale finanziata con quasi sei miliardi di sterline. Realizzazioni concrete, che tuttavia non sono riuscite a invertire la percezione di un governo incapace di affrontare le emergenze quotidiane. L’ attuale governo ha disatteso la promessa di non alzare le tasse e ha fatto clamorose inversioni sull’abolizione dei sussidi per le bollette ai pensionati e sui tagli alla spesa sociale. Sul fronte dell’immigrazione il leader laburista si è messo all’inseguimento di Farage, adottando misure eccezionalmente dure per un governo progressista e attirandosi le critiche delle organizzazioni per i diritti umani. In breve, non ha saputo imprimere all’esecutivo un’identità chiara, finendo per scontentare chi non lo ritiene abbastanza progressista e il mondo delle imprese perché lo è troppo. Per l’elettore comune non ha affrontato problemi, comuni anche a molta parte della comunità italiana, quali l’aumento del costo della vita, i prezzi dell’energia elevati e la carenza di servizi essenziali.

Lo scotto è stato pagato alle elezioni amministrative del 7 maggio, dove si è visto il partito laburista perdere il controllo di 35 consigli comunali in Scozia e Galles e oltre 1300 seggi alle amministrative in Inghilterra. Se ciò ha aperto la strada a lotte interne al partito, non ha però portato ad una nuova ascesa del Partito Conservatore, parimenti in crisi di consensi.
Crepe sempre più profonde in quello che un tempo era considerato l’inattaccabile sistema sono state scavate dagli outsider, su tutti il partito populista di estrema destra Reform UK di Nigel Farage, dai Liberal-democratici e dai Verdi di Zack Polanski.
Nel Partito Laburista la partita per la successione a Downing Street è aperta, anche se formalmente ancora nessuno sfidante ha lanciato il guanto di sfida. Dopo le dimissioni di Wes Streeting da ministro della Sanità, Andy Burnham è considerato il successore designato, benché per farlo il sindaco della “Greater Manchester” dovrà prima vincere un’elezione suppletiva a Makerfield, e ottenere l’appoggio di ottantuno deputati laburisti.

Intanto il Primo Ministro ha recentemente rotto ogni indugio, dichiarando apertamente in un’intervista alla Bbc che la Brexit ha causato un “danno profondo” all’economia britannica, scegliendo di attaccare i populisti britannici proprio sul loro cavallo di battaglia. Ha dichiarato che con l’incertezza legata alla presidenza Trump è nell’interesse nazionale un più stretto e solido rapporto con i partner europei.
Londra sta preparando per l’estate 2026 una legge quadro ambiziosa, l’Eu-Uk Reset Bill al fine di rendere il commercio più facile, riducendo gli oneri burocratici per le imprese e, di conseguenza, abbassando i prezzi per i consumatori.
Partendo da settori cruciali come gli standard sui prodotti alimentari e le bevande, che da solo vale circa 5,1 miliardi di sterline all’anno, alle emissioni di carbonio e lo scambio di energia elettrica, l’accordo potrebbe facilmente estendersi ad altre categorie merceologiche. Il governo Starmer difende la propria linea definendola una “scelta sovrana” dettata dai numeri, poiché secondo l’Office for Budget Responsibility a lungo termine, la Brexit ridurrà la produttività britannica del 4% e taglierà il volume degli scambi commerciali del 15% rispetto alla permanenza nell’UE. Posto che ancora quasi la metà del commercio totale del Regno Unito avviene con l’Europa, restare isolati dietro barriere normative è diventato un lusso che il Paese non può più permettersi.

Il cuore pulsante di questo riavvicinamento è il concetto di “allineamento dinamico”, con cui il Regno Unito si impegnerebbe ad aggiornare automaticamente le proprie leggi ogni volta che l’Unione europea decide di cambiarle in futuro. Al contempo Stanmer dichiara che non farà marcia indietro sulla Brexit, tenendosi fuori dal mercato unico o dall’Unione Doganale, così da scongiurare la libera circolazione delle persone e lasciando mano libera a Londra per di stringere accordi commerciali indipendenti con il resto del mondo. Inoltre, per evitare di sottostare direttamente alla giurisdizione europea, eventuali controversie sulle nuove regole saranno decise da un tribunale indipendente e non dalla Corte di Giustizia Europea.

Tale impostazione gioverebbe innegabilmente anche all’Unione Europea, in primo luogo sul piano economico, perché si ridurrebbero le barriere commerciali con il suo secondo partner commerciale per servizi e il terzo per mole dei beni scambiati. In secondo luogo l’integrazione parziale di Londra in settori strategici come quello dell’elettricità è vincolata al versamento di contributi per la “politica di coesione”, come già avviene per Svizzera e Norvegia, destinati a ridurre le disparità economiche tra le regioni dell’Unione. In terzo luogo, il ritorno del “partner essenziale” è considerato vitale per costruire una solida autonomia strategica europea in risposta all’instabilità globale e alle minacce provenienti dalla Russia, permettendo una gestione più efficace delle sanzioni internazionali, grazie al ruolo centrale di Londra nel settore assicurativo e marittimo, e una cooperazione rafforzata contro la migrazione irregolare attraverso il coordinamento con Frontex ed Europol.

Tale sistema, se mai si giungerà ad adottarlo, sconterebbe però il rischio di vedere ogni singolo aggiornamento normativo proveniente da Bruxelles impantanato per mesi in estenuanti dibattiti parlamentari. Tale eventualità è l’aspetto più controverso, tecnicamente complesso e storicamente curioso di questo piano, poiché per bypassarlo il governo intende ricorrere ai cosiddetti “poteri di Enrico VIII”. Questo termine si riferisce a una legge del 1539 che permise al sovrano di governare per decreto esautorando il Parlamento del tempo, ma che nel contesto moderno consentirebbe ai ministri di approvare modifiche legislative attraverso la “legislazione secondaria”.Il Parlamento sarebbe così chiamato a votare la legge principale, ma i futuri adeguamenti alle norme europee avverranno in modo quasi automatico, con i deputati chiamati semplicemente a ratificare o respingere pacchetti di regole già pronti, senza la possibilità di discuterne o emendarne i singoli dettagli.

Esperti, interpellati dal Guardian, come il professor Anand Menon del think tank Uk in a Changing Europe hanno avvertito che si tratta di una “integrazione furtiva”, un compromesso necessario ma amaro in cui Londra scambia il controllo politico per ottenere l’accesso economico. Inutile dirlo, tale scelta ha scatenato la levata di scudi di Farage e dei Brexiteer più fanatici che accusano Starmer di voler trasformare il Parlamento in un semplice “spettatore” mentre Bruxelles torna a dettare le condizioni della vita economica britannica. Farage ha definito questo piano un “tradimento diretto” del referendum del 2016, sostenendo che accettare regole straniere senza avere più il diritto di voto e di veto a Bruxelles sia una rinuncia inaccettabile alla sovranità nazionale.

Nel guardare ciò che accade oltremanica non possiamo che ripensare alle parole di Mister Europa vecchie ormai di ventidue anni e, senza troppo sorprenderci, trovarle tremendamente attuali.

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